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      <titleStmt>
        <title type="full">
        <title type="main">La Rottura - capitolo I</title>

        <title type="desc" rend="small"> traduzione in Italiano di Paola Farulli dell'originale Francese di Jean Pierre Faye "La Cassure"</title>

        </title>
        <author>

<name>Paola Farulli</name>

 e 

<name>Stefano Zamblerai</name>

</author>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <date when="2008-12">10 Dicembre 2008</date>
      </publicationStmt>
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        <p>Creato Mercoledì 10 Dicembre 2008 05:59:57 PM</p>
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  <text>
    <front>
      <divGen type="toc">
        <head>La Rottura</head>
      </divGen>
    </front>
    <body>
      <!-- INRODUZIONE AL PROGETTO LA CASSURE -->
      <div>
        <div subtype="page" n="3">
          <head>

        <title><!-- GIUGNO --></title>

        </head>
          <p rend="title">GIUGNO</p>
          <p rend="normal">per le scale senza vuoto in mezzo per potersi sporgere e vedere, che rivelano con parsimonia e per gradi la loro spirale appiattita, lungo uno scricchiolio indiscreto il cui rumoe della strada termina in un secco sgocciolio, la sveglia aveva suonato troppo presto. Anche la strada aveva imitato l'alba e l'inizio d'un affaccendarsi, ma senza troppo impegno, col rumore di un passo affrettato e una persiana sbattuta.</p>
          <p>Da basso il buio era completo, uno dei gatti dormiva sul banco vuoto. Chi avesse voluto risalire le scale avrebbe dovuto usare la massima discrezione, poiché era troppo presto e le persone dormivano, al di là delle porte, con un riserbo ineguale. Le porte poi non aderivano al pavimento e, con l'ingenuità di gonne troppo corte indossate da ragazzine cresciute troppo in fretta, lasciavano trapelare un ginocchio nudo, un respiro. Sotto di esse si insinuava un nastro di luce venuto dal riverbero di fronte.</p>
          <p>Camminava come chi si sente osservato, convinto come era di essere veduto e il suo disagio si traduceva in un leggero fastidio al polpaccio a causa dello spiffero che usciva da sotto le porte. Ma le lenzuola nascondono nel caldo qualsiasi imbarazzo e questo è un gran rimedio, e se Giapponesi o Iraniani non hanno inventato la stessa scienza, è perchè si coricano vestiti con rigida dignità, al massimo su di un poggiatesta (ma forse è in Malesia o in Africa?), e bisogna</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="4">
          <p rend="normal">aggiungere che tra l'indole tedesca e la latinità  la frontiera naturale non è quella del Reno ma piuttosto la linea di demarcazione tra le lenzuola rimboccate e il materasso di piume o il cuscino imbottito: il piumino avvolto nel lenzuolo, che scivola necessariamente sullo scendiletto.</p>
          <p>Ti parlo perchè non sei qui, nel caldo ritrovato ai margini del letto vuoto, tu che ti lasci dare del tu con la docilità di un cuscino, in un odore di camera estranea e di tende ruvide, quell'odore ormai noto, 

che prende immediatamente il sorgere del sole e i passi dei rappresentanti nel corridoio, carichi di pacchetti e spaghi di ricambio. 

La prima volta eri lì, dietro la parete, ep<add>2</add>pure (numerino 2 sopra la 2° p → accanto -- numerino 1 sopra la a → accanto) a<add>1</add>ssente. 

Per due volte attraverso il muro si sentiva il rumore della cerniera di una valigia. E un rumore di fogli o di carta da pacchi, quello di un libro nuovo che si è appena tirato fuori lacerando il pacchetto. 

Probabilmente hai letto finchè c'è stato un rumore d'acqua, poi sei scesa a chiedere l'ora, in punta di piedi, incrociando passi pesanti nel corridoio. I tubi vibravano con violenza, dietro la parete sottile l'acqua 

corrente ti disegnava a grandi linee, poi si riversava nel lavandino con sonorità prolungata.</p>
          <p>Adesso è come se tu avessi fatto il giro per essere traccia-ta a piena acqua da quest'altro lato del muro, modellata nel calore, impressa e conservata nel temo come cera cui si dà una forma sem-pre nuova, con la morbidezza con cui l'acqua calda avvolge una mano dentro una vasca da bagno.</p>
          <p>Il mattino scricchiola dappertutto nel dormiveglia, il passo pesante, accanto (a sinistra), urta una porta e annuncia l'ommagine di una nuca rossa e un naso corto su un cappotto marrone dalle tasche piene di spaghi. Altri passi scricchiolano nella camera a destra. Basta ascoltare i passi vicinoi che esplorano la spirale della scala con sicruezza per avere l'esatta cognizione dello scorrere in fondo alla</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="5">
          <p rend="normal">clessidra a chicciola, di questa sostanza che la ostruiva poco fa nel buio. Ora il banco è illuminato, lustro di detersivo e di una specie di strana limpidezza sotto al neon rarefatto, i gatti si inseguivano di-strattamente sotto i tavoli.</p>
          <p>	Andava lentamente verso il banco, una ragazza magra lo guardava venire, e gli porgeva una scheda. Lui la riempiva e intanto osservava la porta in fondo, verso la cucina. Simon Roncal, nato il</p>
          <p>Alzava gli occhi:</p>
          <said who="SImon">
            <p>- Yvonne non c'è?</p>
          </said>
          <said who="ragazza magra"><p>- Non è lontana. E' a servizio a Dunkerque.</p>

          </said>
          <said who="Simon">
            <p>- Vengo spesso qui.</p>
          </said>
          <p>Lei annuiva con indifferenza sotto una fronte grigia: <said who="ragazza magra">« Yvonne avrà certo conservato la sua scheda da qualche parte »</said>. Aggiungeva: <said who="ragazza magra">« Metta lo stesso nome. »</said></p>
          <p>Simon si sedeva a un tavolo vuoto. Tutti gli altri erano occupati. L'ospite dell acamera accanto, disponeva i suoi pacchetti in tre file ineguali, aveva le orecchie arrossate dal freddo.</p>
          <p>In fondo si sedeva un vecchio in pantofole, dalla parte del suo braccio tremolante: posava il braccio sul tavolo e l'osservava frettolosamente. Voltava le spalle al banco, sembrava in attesa.</p>
          <p>	Davanti a lui, in fondo alle scale, si apriva la porta del corridoio. Si setnivano scricchiolare delle scarpe di cuoio. L'ultimo venuto apriva la porta bruscamente senza mutare la piega ironica all'angolo della 
          bocca: si sedeva al tavolo di Simon Roncal, deponeva accanto a sé una valigia bianca, e osservava la superficie del tavolo prima di appoggiarvi sopra le maniche della giacca senza grinze, appena stirata. 
          Alzava la testa:  <said who="sconosciuto">« Non la disturbo ? »</said></p>
          <p>La domanda formulata in ritardo aveva tutto il peso di una  <hi>« cortesia »</hi>, ma, un abbassamento di occhi, la ricollocava subito sul piano delle minuzie igieniche. Si esplorava le unghie.</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="6">
          <p rend="normal">Con eguale attenzione distribuiva e spalmava il burro su due fette di pane.</p>
          <p>Masticava con aria contrariata. Roncal pensava: anche lui. L'altro osservava la fetta con sospetto. Qando alzava gli occhi, i loro occhi si incontravano, il coltello di cipolle si spostava tra loro come un avversario comune,</p>
          <p>Spettava a Roncal parlare:<said who="Simon">« Qui il burro sa di coltello</said></p>
          <said who="sconosciuto">
            <p>Ci viene spesso?</p>
          </said>
          <said who="Roncal">
            <p>- Sono gentili, ma i loro coltelli hanno un cattivo odore.</p>
          </said>
          <p>L'altro domandava con atteggiamento di chi si concentra su una data: per ammettere la materialità dei fatti e dei luoghi.</p>
          <p>Tirava fuori dalla giacca un taccuino di indirizzi: <said who="Roncal">«Ho appuntamento qui con mia moglie.</said> Una obiezione passava sulle guance bianche intorno alla bocca: <said who="Roncal">Se le hanno fatto avere l'indirizzo.  »</said> Appoggiava sul palmo dell amano il mento lungo e grigio in cui due insenature di pelle nuda scendevamo dai due lati della bocca, delimitate da zone rasate. La mano sinistra esaminava lo stato delle guance con la punta dell'anulare.</p>
          <p>Simon giocava con l'anello, il dito andava e veniva nel cerchio. Davanti a lui il dito senza anello esplorava le frontiere di pelle bianca.</p>
          <p><said who="Simon">«  Se non viene per la cucina qui si sta bene</said>, disse Simon</p>
          <p><q who="Simon">	- Il caffè è ben caldo »</q> Aggiungeva. <q who="Simon">«  Ci sono molte zanzare, ma probabilmente solo nelle camere sul cortile. »</q></p>
          <p>Il suo piede tamburellava contro il tavolo, un giornale che c'era sopra cadeva ritto sull'impiantito, se ne poteva leggere la testata: LA VOCE DEL NORD.</p>
          <p>Aggiungeva subito: <said who="SImon">«  Sono contento di poterci dormire.</said></p>
          <p>- E' arrivato tardi ieri sera. L'ho visto entrare. » Simon pensava : sentito. Guardava le scarpe scricchiolanti.</p>
          <p>- Con la fiera, non si trova una camera da nessuna parte.</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="7">
          <p>Toccava il piattino, ne seguiva il rilievo lungo il bordo sbrecciato. «  Ho dovuto telefonare a mia moglie per darle l'indirizzo : dovevamo incontrarci stamani. » Guardava il telefono al banco, pensava: è una bella sorpresa. Pensava e sorrideva : scenderà dall'auto come si scendono le scale per andare a comprare uova di Pasqua, con un leggero sentimento di avventura alla vista del Dubonnet viola e verde, appeso al muro sopra i tavoli. Sii tamburellava la gota con la punta del dito senza anello.</p>
<p>« E' scomodo però che non ci sia una cabina. » Continuava a seguire il bordo del piattino con la stessa attenzione con cui, la sera prima, ritto dietro al banco vicino alla cameriere e voltando le spalle agli altri, aveva atteso instancabilmente al telefono, rianimato a intervalli dalla voce dell'interlocutore invisibile che andava a cercare l'introvabile partner : alla fine aveva deciso di lasciare come messaggi ol'indirizzo dell'albergo, poi, senza stanchezza, era salito in camera, dietro la sottile parete di destra, in uno scricchiolio di cuoio.</p>
<p>«  All'albergo dove scendo di solito c'è stato un malinteso. E lei non conosce questo.</p>
<p>- Viene spesso nel Nord?</p>
<p>	- Sono di qui</p>
<p>	Aggiungeva : Adesso abitiamo a Parigi. »</p>
<p>	L'anello rotolava sul tavolo e rimbalzava sul pavimento sopra il giornale, fino ai piedi del tavolo, fino alla scarpa dai movimenti crepitanti.</p>
<p>	Una voce interpellava il vecchio dal fondo della cucina, dietro la parete marrone : « A che ore ti ha detto che tornava Yvonne) »</p>
<p>Il braccio tremava vicino alla tazza.</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="8">
          <p>	- Eccoti finalmente?</p>
          <p>	La voce veniva dalla portya dell'ingresso della strada, alle spalle di Simon, e faceva rischiare un poco il viso ordinato di fronte a lui. «  Sembra abbastanza decente.</p>
          <p>	- Le presento mia moglie.</p>
          <p>	Si presentava anche lui :  Michel Charpin. »</p>
          <p>	Lei si stupiva : « Hai preso la mia valigia?  » I suoi capelli straripavano sopra una pelliccia bianca. Apriva appena la pelliccia, sotto l'ovatta bianca e un maglione rosso, una linea rapida disegnava un corpo come ce ne sono negli album : sembrava una di quelle donne dalle caviglie grosse, sedute sulla pagina bianca vicino al mare, con le anche genersoamente disegnate da una linea sottile. Sotto un viso che sorrideva con la lentezza di un disegno, e la svestiva con un colpo di matita. Guardava il loro tavolo : «  Ho una fame da lupo. »</p>
          <p>	- Perché non si siede?</p>
          <p>	Lo osservava senza aspettare da lui un'identità :</p>
          <p>Non ne abbiamo il tempo.</p>
          <p>	Simon fissava il maglione :</p>
          <p>Qui il pane e il burro hanno un significato particolare.</p>
          <p>	Il riferimento dispensava dal chiamare in causa i testimoni. L'unico testimone, del resto, osservava sua moglie con lo stesso volto ininterrotto e accurato che aveva poco prima sulla porta.</p>
          <p>	Simon guardava il maglione rosso. «  Per lei ordinerò uova al proscuitto.</p>
          <p>Lei non m'impressiona, io non mangio all'inglese : sono spagnola. » Sopra il collo rialzato della pelliccia i capelli la smentivano, biondo su bianco.</p>
          <p>	«  La prova è che mi chiamo Estelle.</p>
          <p>Ma è accanto al mio nome, mi chiamo Roncal.</p>
          <p>Accanto a che? » Si voltava verso sinistra : «  Hai pagato?</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="9">
          <p>Roncal è sopra Estella. Questa si trova sul rio Ega che si getta nell'Ebro. Roncal è sul rio Esca che si getta nell'Aragon, che si getta a sua volta nell'Ebro.</p>
          <p>Si gettano tutti gli uni sugli altri.</p>
          <p>	Prendeva una sedia ma rimaneva in piedi, con la mano sullo schienale.</p>
          <p>Si tranquillizzi, tutto ciò accade lontano da qui.</p>
          <p>E' il suo paese natale, questo omonimo?</p>
          <p>Quasi. Frontiera più frontiera meno.</p>
          <p>	Lei non aggiungeva niente al sorriso disegnato, mentre i due uomini si congelavano brevemente.</p>
          <p>	Invece, quando sei entrata tu, ero lungo le scale, due anni fa, udita dall'alto delle rampe senza vuoto al centro, dove giungeva la voce nuova e frettolosa che non si poteva incontrare senza scendere, interrotta dalla tosse o forse solo un po' roca e che tentava di schiarirsi. Dal basso ci siamo quasi urtati, e tu salivi con leggerezza, portavi una valigia chiusa da una lampo lucente; subito ci siamo chiesti scusa, appoggiati entrambi nelle scale strette, io al muro e tu alla ringhiera senza vuoto. Quando sono salito di nuovo, la chiave era rimasta nella porta numero nove e sarebbe stato semplice sbagliare porta per poterci chiedere ancora scusa, inutilmente e fugacemente; dietro la parte della camera le molle del letto cigolavanoa  intervalli, sicuramente perchè anche lì non c'era una sedia, come qui, e lei leggeva sotto il lume spoglio del soffitto, senza ombre, accecante e piatto come quello fi Guernica sopra il cavallo squarciato e minaccioso, rifratto più volte in un vetro sdoppiato o in uno spato, nell'atto di nitrire abbattuto sul ventre dopo l'incornata :  ho spauto poi che quella sera leggeva « Vanity Fair ».</p>
          <p>Di quando in quando il letto cigolava, una volta sola  esempre nello stesso punto, poiché tu non stavi coricata o appoggiata su un gomito, alla romana, ma eri certamente seduta ed eretta in mezzo al letto,</p>
           </div>
        <div subtype="page" n="10">
          <p rend="normal">col libro sulle ginocchia ed il capo inclinato in avanti sotto i capelli pesanti; la finestra semiaperta sbatteva intermittentemente due o tre volte quando un po' di vento si infilava a spirale nel cortile chiuso, e la sua luce stagliava un parallelogrammo ondeggiante e morbido sul muro di sinistra, tra le tende che sapevano di guanti da bagno asciugati male.</p>
          <p>	Ancora la stessa luce rotta della lampada quando mi sono trovato seduto e attonito, in ascolto del grido che si era ripetuto; per per la terza volta e la stessa voce soffocata e un rumore di finestra chiusa e forzata che sbatteva contro il cardine. Ogni luce era spenta nel piccolo cortile il cui muro di fronte sembrava aportata di mano, e accanto tutto rimaneva tranquillo; solo la rete del letto ha cigolato appena. Il mattino dopo tuttavia, l'incubo indiscreto ha subito stabilito tra noi una sorta di complicità, e tu mi gettavi di sbieco uno sguardo di evasiva mortificazione, subito dopo aver precipitosamente detto alla padrona che, senza volere, avevi rotto una lampada, in piedi davanti al banco, le caviglie congiunte sottili, di una rotondità infantile, dal tendine mal disegnaro e appena evidenziato dal polpaccio. Voltandoti indirizzavi all'intorno una rapida smorfia, poi prendevi una sedia lì davanti, di fronte al muro a cui i primi arrivati preferiscono piuttosto accostarsi, quasi sola davanti a tutti, proprio là dove Charpin, questa amttina, mangiava il suo pane imburrato dal sapore di porro e di ferro; risentivi ancora il grido e il rumore della finestra, con una volgia di ridere quando abbassavi gli occhi vicino a quella puntura di zanzara, all'ombra dei capelli, sulla guancia, maturata dormendo, nel cortile soffocante, appena prima del rollio del tram.</p>
          <p>Solo il giorno dopo hai assunto un nome, spiato inutilmente al banco mentre la tua scheda si riempiva; ritta, con il capo chino in avanti, lo scrivevi nascosta dalla tua spalla, era im<add rend="">p</add> (correzione p sopra tra la m e la o) ossibile leggere : «  Guiza », il gesto e il nome disegnavano la tua spalla come una lampada nascosta potrebbe delineare il contorno delle cose rimanendo invisibile.</p>
          <p>Poi hai pagato velocmenete e sei uscita portando alla tua sinistra la corta</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="11">
          <p rend="normal">valigia dalla chiusura lampo, gonfia e pesante, troppo pesante per il suo volume, piena di libri. Sulla sedia restava un fazzoletto rosso.</p>
          <p>	Sarebbe bastato portarlo al banco e la grigia inserviente non avrebbe potuto esimersi dal rispondere.</p>
          <p>Credo che si chiami, verificava dentro al cassetto:</p>
          <p>« Guiza Méry. »</p>
          <p>di che paese è questo nome?</p>
          <p>Lei è Canadese, Trois Rivières.</p>
          <p>	E quando scendevo verso di te quella prima volta, esitavi un istante a metà dei gradini, prima stretta contro la rampa, poi contro il muro per lasciarmi passare :  e senza mai posare la valigia. Quando mi sono voltato la cambiavi di mano dietro di me e lo spostamento ti incastrava do nuovo il linea spezzata fra il muro e la rampa, nella spirale avvolta intorno al vuoto ridotto ad una fessura profonda, dall'alto della quale non si può vedere. La valigia ondeggiava a contrattempo, tu eri guidata da questo bilancere invisibilmente pesante come da un contrappeso che ti respingesse da un lato all'altro con violenza leggera, col tuo passo brevemente danzante, come per scavalcare le ondulazioni del pavimento. Gettavi i capelli in avanti sugli occhi rivolti di lato, al momento di sparire al secondo tornate in alto a sinistra, una gamba immobile per un instante davanti al corridoio e sempre senza posare la valigia : avevi lo stesso sguardo di qualche mese più tardi quandp, scendendo a cena, ti accorgevi della mandorla verde in fondo al bicchiere, al nostro tavoloc omune, sopra la tovaglia macchiata.</p>
          <p>	Mentre salivi le scale alla mia destra guardavi giù verso il vuioto esiguo dove non c'è niente da vedere, subito dopo aver sorriso, e con gesto di lasciar cadere i capelli troppo pesanti per poterli respingere in massa subito dopo, controllavi se guardavo ancora. Ma quando hai scoperto in fondo al bicchiere il coniglio di velluto intagliato nella mandorla fresca, hai pure riso subito e hai cominciato a parlare senza interruzione, però</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="12">
          <p rend="normal">attenta e vigile, intensificando la guardia lungo i segni premonitori di una guerra civile che non ha ancora nome ma si delinea obliquamente nello sguardo e si protende in avanti, gravita attorno ad un punto anonimo e vicino, ruota senza fine intorno ad un vuoto stretto, senza visibilità e senza spazio, furtivo come l'alzare di spalle con cui riprendevi in mano la valigia, in alto a sinistra, al tornante del secondo pianerottolo.</p>
          <p>	Estelle è salita alla fermata successiva, con naturalezza, senza vedere Simon, aveva la contentezza d'obbligo di quando si esce da una piscina dopo un tuffo molto notato. Il monjy aveva ripreso il suo cammino lungo la strada, vibrando agli scambi. Si era seduta di spalle, una ciocca di capelli oscillava silla nuca, chiedeva il prezzo del tragitto come fosse la prima volta e sembrava interessata al paesaggio interrotto da prati e fabbriche e che più avanti avvolgeva i castelli di Roubaiz.</p>
          <p>E' scesa davanti la statua di Jules Guesde.</p>
          <p>Toh, anche lei? » Guardava Simon senza intensificare il sorriso. « Anche lei prende il monjy?</p>
          <p>Una volta l'anno.</p>
          <p>E' un po' lontano però dall'Ebro. Però anche qui c'è del colore, colore fiammingo.</p>
          <p>È vegetazione e acqua, proprio come Roncal. D'altronde una volta facevano parte</p>
          <p>dello stesso impero.</p>
          <p>Immagino piuttosto Roncal in giallo e bianco.</p>
          <p>Leggeva il nome delle strade : « Non abita mica qui?</p>
          <p>Vengo per il certificato di studi. » Non aveva ascoltato e si sforzava di rievocare la </p>
          <p>sua risposta senza chiedergli di ripeterla.</p>
          <p>Scavalcava le rotaie, si girava verso di lui, un tallone posato sull'acciaio scivoloso. « </p>
          <p>Devo lasciare un pacchetto da queste parti. » Il pacchetto non si vedeva, ma lo si indovinava tra una certa curvatura della vita e de del gomito, un modo di piegarsi verso l'oggetto dell'impegno preso.</p>
          <p>Verso il compito tutto femminile di trasportare leggere scatole di cartone da una porta all'altra.    </p>
        </div>
        <div subtype="page" n="13">
          <p>Dopo vado a far visita a un castello .  Del resto è casa mia.</p>
          <p>Che combinazione.....</p>
          <p>Un castello come se ne sapevano fare qui al tempo di Jules Grévy e al culmine dello spirito di famiglia</p>
          <p>Doveva trovargli una giustificazione :</p>
          <p>Epoca feconda, quella dei Jules Grévy. Gli dobbiamo la legge che conferisce poteri </p>
          <p>speciali ai sindaci per eliminare gli animali nocivi.</p>
          <p>Ed anche le vetrate nelle gabbie di ascensore.</p>
          <p>Era scritto denza dubbio nello stesso puhnto della nebulosa originaria</p>
          <p>Rallentava davanti a una vetrina : </p>
          <p>D'accordo che i mutandoni spaccati delle nostre nonne e le vetrate di ascensore siano </p>
          <p>stati necessari fin dall'origine dei tempi. Ma consideri le persone di qui collettivamente responsabili dei castelli. D'altra parte gli rassomigliano.</p>
          <p>Colpa della consanguineità. Non possono farci niente, sono stati concepiti insieme.</p>
          <p>Si fermava davanti ad una porta, prima di sparirvi si scusava di lasciarlo ad aspettare, poi gettava indietro i capelli e si infilava nel portone con lo stesso passo agile dalle grosse caviglie che ieri risuonava sull'ammattonamento. LA volontà di insolenza si rivela ingenuamente nell'atteggiamento della sua schina, lasciava dietro di sé una scia leggera.</p>
          <p>	Una carriola rotolava lungo il marciapiede, tirata da due cani e da un vecchio trotterellante. Colma di sacchi di carta e di tela.</p>
          <p>Aspetti qualcuno?</p>
          <p>Sotto la testa rasata di U., l'impermeabile di nylon trasparente riluceva in modo curioso.</p>
          <p>Un appuntamento ma non so con chi.</p>
          <p>E' una situazione delicata, diceva U.</p>
          <p>Toccava con imbarazzo i bottoni dell'impermeabile.</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="15">
          <p>Se vuole, domani, disse Roncal.</p>
          <p>Bisogna eliminare uk marcio della nebulosa originaria.</p>
          <p>Gli scriveva l'indirizzo sull'involucro di un nuovo pacchetto strappandolo intorno. U. </p>
          <p>e Simon aspettavano finchè lei spariva.</p>
          <p>Chi è questa signora distinta?</p>
          <p>L'ho intravista ieri davanti a una tazzina di caffè.</p>
          <p>Deve leggerci, nel caffè.</p>
          <p>Adesso l'impermeabile era buttato sulle spalle di U. e scivolava verso sinistra mentre si tendevano la mano.</p>
          <p>Simon si sentiva osservato fin dall'entrata mentre saliva super i viali, doveva essere visibile attraverso i vetri, fra le negre portatrici di insegne rosso violacee con diagonali di filo bianco e giallo, testimonianze del colonialismo e dell'espansione tessile – era osservato in penombra, perchè aveva finalemnte accettato per telefono appena un bicchierino di porto prima di cena, senza cerimonie, nello spirito della nebulosa originaria, in compagnia di alcuni amici e persone appena conosciute e forse divertenti da vedere.</p>
          <p>	Mentre ebtrava, cambiava di mano il pacchetto in cui, in cima allo spago, dondolava la camicia sporca, incartata un quarto d'ora prima nel negozio, E' difficile disporre all'improvviso di una camicia quando si porta in viaggio solo una valigetta piena di libri e senza sapere in anticipo quando esattamente ci fermeremo; e il limite dell'inevitabile imprevidenza si può vedere dalla pulizia dei colletti. Mentre aspettava nell'atrio, toccava l'angolo della camicia nuova, questo modo di toccare, con la punta delle dita, somigliava al tuo quando, il giorno dopo, fino dall'una, hai recuperato il fazzoletto rosso al banco : io guardavo da lontano la tua nuca, lentamente, perchè non ti voltavi, lungo il punto d'in
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        </div>
        <div subtype="page" n="16">
          <p rend="normal">contro tra la camicetta troppo bianca ed i capelli, lungo il colletto quasi rigido, dal taglio stranamente maschile, prima che i capelli pesanti scivolassero a sinistra, quando ti giravi per ringraziare.</p>
          <p>	Adesso erano tutti là, in fondo alla teoria di sale, disposti in linea curva e minacciavano già di parlare appsena fossero stati presentati, mentre Estelle giostrava le fila con un solo braccio determinandi i sorrisi, pronta ad annunciare come finale, la sua scoperta della settimana, l'uomo della galassia primordiale, tra il Sinantropo e l'uomo di Grosseto, appena scoperto, pietrificato tra due livelli di salari, in un grado qualsiasi nel quadro dell'insegnamento pubblico.</p>
          <p>	Parlava di lui. « Ognuno ha le sue ragioni. Io sono tornata qui per farvi visita e il signor Roncal per controllare una specie di certificato di studi, credo. Dovevamo per forza incontrarci, dalla parte dell'insegnamento pratico.»</p>
          <p>	Sorridevano tutti in cerchio, stretti gomito a gomito e due a due, quasi sempre gli uomini più indietro e le donne in evidenza, spinte in avanti dalla volontà di non perdere né una parola né un gesto, tenevano davanti le bporsette facenti funzione di una materia prima sempre disponibile cui poter ricorrere con l'altra mano.</p>
          <p>	La donna robusta, di fronte, veniva avanti risolutamente. « E' così interessante insegnare. » Indicava la borsetta, stretta contro la vita viola e larga e parlando nascondeva una testa d'uomo, ancora china sulle presentazioni. Gli uomini invece sembravano arretrare con discrezione intorno a alui per ritrovarsi in fondo. Lo sguardo a distanza.</p>
          <p>	Il marito abbassava la testa. « Dice la verità, credetla. Tenevo dei corsi a i miei uomini. » chiudeva gli occhi per sorridere e la sua lingua appariva di lato un istante.</p>
          <p>	Le donne si trovavano ora su una sola linea, quasi indistinguibili senza i mariti, Estelle alla ricerca di un piatto, spezzava il loro cerchio cerchi più stretti si richiudevano dietro di lei. Poi tornava e li spingeva</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="17">
          <p rend="normal">con una mano, essi si compenetravano di nuovo gli uni negli altri con lo scatto muto delle gocce di mercurio. « Il signore del resto ha delle vedute personali sulle cose di qui, E in partiocolare sull'architettura locale. »</p>
          <p>Alzava la manolibera verso il soffitto. « Se ho capito bene ammette la necessità di tutti gli stili. Guardate un po' dove siamo arrivati. » Il soffitto a cassettoni di stucco color legno, formava una rete fitta sopra le teste. « Ciò equivale a dire che fin dall'origine del mondo era scritto che qui si sarebbero costruiti dei soffitti stile Jules Grévy.  » Tendeva il piatto tutto intorno. « Il gioco era fatto fin dalla nebulosa originaria. »</p>
          <p>Avevo un amico che faceva dire di tutto a questa nebulosa, ma l'ho perso di vista. » </p>
          <p>Aveva parlato una alta e grassa, un po' in disparte, con la voce acuta come il volto.</p>
          <p>	Aggiungeva vicino a Estelle : « era così poco destro » Il vicino approvava senza vedere, il capo spinto indietro dal pomo d'Adamo.</p>
          <p>	Estelle lo prendeva a testimone : « Si parla ancora della nebulosa originaria? </p>
          <p>Oggi si direbbe : lo stato iperdenso. Si parte dal più concentrato. » La risposta cadeva come una goccia, l'uomo riportava il capo in avanti, stretto sotto i capelli alti. « La creazione, era semplicemente una bomba.</p>
          <p>Mi fido di Cyrille : in principio era la densità, poi viene il vuoto. » Rilanciava nella rete delle mani le barchette di sedano crudo riempito di roquefort. « E tutto finisce col soffitto Grévy.</p>
          <p>Che cosa ha contro questi soffitti? Torneranno certamente di moda. » La donna viola si accingeva ad aprire la borsetta, tirava fuori un fazzoletto e inarcava la nuca.</p>
          <p>Adesso erano entrambe appoggiate allo specchio che le inquadrava con le sue colonne ritorte, le gambe incrociate dalla stessa parte. I gesti e il tono della loro conversazione si spostavano nello specchio in direzione opposta.</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="18">
          <p>Vicino alle due donne mature era comparsa una ragazza con un abito svasato da ballerina, bianco e rigido Se ne stava immobile a disposizione dei volti intorno a lei seguendo con gli occhi alla finestra un segreto progetto.</p>
          <p>	La grande stanza si richiudeva su due poli, uno era segnato dalla donna con la nuca inarcata appoggiata alla borsetta, l'altro pressapoco da «Cyrille», e la loro simmetria si diefiniva meglio man mano che si allontanavano, separati da Estelle nel moemnto in cui, da lontano, faceva segno alla ragazza. A distanza, la mano inanellata di Cyrille e quella dell amadre si affidavano a una decisione comune. Entrambi parlavano senza aprire la bocca.</p>
          <p>	Estelle si rivolgeva alla mdre e intanto tornava verso Roncal, riportando intorno a lui il cerchio per mezzo delle esclamazioni o del circolare dei piatti. Tutto intorno si parlava.</p>
          <p>	« Per caso non lavorate alla Filatura! » </p>
          <p>	Estelle descriveva con loro delle figure senza dare a veedere se aveva vatturato lui con la rete degli altri o se si serviva dio lui per spostare di continuo in centro dell'onorevole cerchio. Se si sarebbe presa gioco di lui insieme agli altri, o se si sarebbe servita di lui contro di loro. Simon avvertiva una specie di esitazione diffusa all'esterno, cpome un gioco di altalena che lo proiettava in aria, lavato a vuoto, oppure lo faceva pesare su tutti.</p>
          <p>	Estelle attirava di nuovo verso di sé la madre di Cyrille. « Non ho niente da rimproverare ai nostri soffitti. Ci assomigliamo come dei quadrati di gesso possono somigliare, per esempio, a una danza quadrata. » Precisava : « Quella danza puritana e folcloristica di lingua inglese.</p>
          <p>Lei danza balli puritani? » Simon sentiva salire la febbre, la pesantezza lo invadeva dal di fuori dandogli l'impressione di fare un bagno caldo.</p>
          <p>	Intorno si parlavi di crociere. « Era pieno di gente che reclama-</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="19">
          <p rend="normal">mava di continuo quello che aveva pagato anticipatamente a forza di privazioni. »</p>
          <p>	«Erano studiosi. » Estelle si fermava : « I più diligenti erano gli insegnanti. » La donna acuta guardava dritto dietro Simon e intanto gli lanciava delle occhiate benevole che lo escludevano dall'allusione. Era come se lo proiettassero in aria per poi tendère sotto di lui un lenzuolo guardando altrove. Lungo i tendeggi tutti erano come immobilizzati tra l'irrigidimento e la compiacenza, si sentivano stilizzati all'imbarazzo.</p>
          <p>	Finalmente Estelle lo vedeva. Impronunciabile. Qualcosa come Ulenhuter.</p>
          <p>Non era libero?</p>
          <p>Probabilmente non se lo è chiesto.</p>
          <p>Certamente disse Estelle. Siamo sempre convinti che tutti muoiano dalla volgia di contemplare le nostre partei di seta malva Emile-Loubert.</p>
          <p>Lavora ad uno scipero.</p>
          <p>Estelle guardava i suoi ospiti allontanarsi d'un tratto con naturalezza e raggrupparsi più in là; li seguiva con gli occhi attentamente. Si sforzava di leggere la loro conversazione dai loro attegiamenti e dal loro modo di riunirsi, decifrava da lontano i loro motivi, composti in rilievo, inseriti contro le pareti.</p>
          <p>Suo marito è già ripartito?</p>
          <p>La sua famiglia sta qui, ma lui non è venuto. E' molto streano.</p>
          <p>Lei scrutava la fodera della sua giacca. « Alloggia sempre agli Enfants de Tourcoing?</p>
          <p>Ancora per questa sera.</p>
          <p>Lui diceva che è pieno di zanzare.</p>
          <p>Le camere sul cortile. Ma di regola hanno delle reti alle finestre.</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="20">
          <p>Le zanzare dovevano passare ugualmente in camera sua. E soprattutto era molto a disagio perchè le sue scarpe scricchiolavano e i corridoi erano senza tappeti.</p>
          <p>L'ho riconosciuto la mattina, aveva la camera accanto. La 9. </p>
          <p>Lei ha l'aria di conoscere le camere a memoria.</p>
          <p>E' quella che occupo stasera</p>
          <p>Erano soli vicino alla finestra, lei osservava la squadratura di vetro e di ghisa sovrastante i gradini dell'ingresso.</p>
          <p>E' una vera passione, questi Enfants de Tourcoing. L'ha attratto il paesaggio?</p>
          <p>Si tratta di un'attrazione particolare.</p>
          <p>Allora rientra là direttamente?</p>
          <p>Lo lasciava alla finestra e andava a congedarsi, come si va da soli a lavarsi le mani, gli altri erano tutti indistinti conto le pareti.</p>
          <p>Il viola degli abiti sfumava nel malva per mimetismo con la sera improvvisa.</p>
          <p>« L'accompagno. Ma bisogna andare a cercare l'auto in garage. »</p>
          <p>Non lo ascoltava mentre la invitava a cena.</p>
          <p>	Era imbarazzante ritrovare, al momento di andarsele, la camicia sporca impacchettata e legata, perchè portava con sé velate allusioni a una vita privata. Aveva i nodi e l'aria dei regali che si riportano a casa.</p>
          <p>	All'incorcio del viale, un tram li guidava in cemtro dove si accendevano le luci. Lasciato il garage, Estelle guidava lentamente, cercava di uscire dalla città, lungo le fabbriche spente, in mezzo ai camion pubblicitari che prolungavano la fiera tutto intorno. Taceva, ma aveva un'aria</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="21">
          <p rend="normal">indiscreta, il gomito appoggiato alla portiera, si lasciava avvolgere dagli altoparlanti, destreggiandosi nel traffico.</p>
          <p>	Rallentava a un ingorgo lungo la Borsa del Lavoro, davanti alla porta centrale fiancheggiata dalle due ali prospicienti : là dove si appoggiano una contro l'altra le sorelle nemiche, i due rami del tronco operaio, gemellati e inconciliabili, contrapposti eppure uniti.</p>
          <p>Lasciava l'auto vicino alla piazza e insieme si inoltravano sotto la pioggia pesante in una piccola strada, fino a un ristorante malese dai vetri rossi e dall'aspetto deserto.</p>
          <p>	Sul loro tavolo erano raggruippati barattoli di spezie e bottiglie di salsa, polveri e grani. Il piatto ordinato a caso per il suo nome veniva preparato da mani pazienti con carni enigmatiche e riso.</p>
          <p>	Estelle aveva appeso dietro di sé l'impermeabile nero, l'acqua gocciolava contro un foglio di giornale. La sua veste color sangue rosseggiava di fronte a lui in una nicchia d'ombra. Si passava il rossetto con cura.</p>
          <p>	Simon non aveva notato che le sue labbra erano senza trucco. Si ricordava soltanto di averla vista mordersele a momenti.</p>
          <p>	Lei lo guardava da sopra la sua mano : « Non ha altri amici cui fare visita?</p>
          <p>Non ho poi molti amici qui.</p>
          <p>Giusto abbastanza per ieri.</p>
          <p>Alla fine non ho nemmeno cenato con lui. Sua moglie era malata.</p>
          <p>Sicuramente aveva bisogno di un infermiere. Almeno quanto lei di un alibi.</p>
          <p>Aveva immediatamente abbandonato l'argomento, sul suo volto non c'era traccia di risentoimento :</p>
          <p>« Cosa fa nella vita? E' storico?</p>
          <p>No, è scioperista.</p>
          <p>Ah, è il suo mestiere?</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="22">
          <p>Credo che il suo mestiere sia dare un senso agli scioperi. »</p>
          <p>La vedeva assumere di nuovo un espressione completamente distaccata.</p>
          <p>	Allora deve lavorare nella grande baracca da queste parti, come la chiama? La Borsa del Lavoro.</p>
          <p>	« Con le sue due ali, la si direbbe u8na specie di pensionato misto, una metà per ragazzi e l'altra per ragazze. E una rigida frontiera»</p>
          <p>Purtroppo non c'è una metà per le ragazze.</p>
          <p>Sembra che le due ali siano per i falsi nemici..... » La sua informazione era recentissima.</p>
          <p>E' comodo. Altrove invece l'edificio è circolare, così sono costretti a mescolarsi. Nella capitale per esempio.</p>
          <p>Lei immaginava :</p>
          <p>qui nei corridoi c'è sempre un po' l'odore che si respira sotto i ponti.</p>
          <p>In certi punti.</p>
          <p>Cosa faceva là dentro?</p>
          <p>Ci sono entrata per dare un'occhiata.</p>
          <p>I suoi occhi si distraevano un attimo. Cercavano una domanda per cortesia :</p>
          <p>« Il suo amico quale delle due ali rappresenta?</p>
          <p>Né l'una né l'altra. È il terzo ladrone che è nato al di fuori e che è cresciuto di colpo.</p>
          <p>Quando Estelle si chinava in avanti, si vedeva la radice nera dei suoi capelli bioni.</p>
          <p>Lo vede spesso?</p>
          <p>È un amico del bar.</p>
          <p>Ma non l'ha più visto da ieri.....</p>
          <p>Sì, oggi. Abbiamo pranzato insieme.</p>
          <p>In fondo poteva benissimo venire ieri sera.</p>
          <p>Osservava il vassoio, prendeva dei granelli dal fondo di una saliera.</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="23">
          <p>Non ci teneva molto.</p>
          <p>E' comprensibile.</p>
          <p>Aveva risposto immediatamente per preparare una pausa.</p>
          <p>« Sicuramente avrà delle ragioni interessanti.</p>
          <p>Inoltre evito i tête-à-tête per ragioni di principio.</p>
          <p>Non è il solo, il  tête-à-tête è un'attività insopportabile e indecente.</p>
          <p>Simon rileggeva senza attenzione le etichette sulle bottiglie di salsa, come istruzioni per l'uso :  « Perchè insopportabile? Semplicemente avevo qualcosa da chiarire tutto solo.</p>
          <p>« D'altra parte l'indecenza è sempre sopportabile.</p>
          <p>Ha degli aspetti seccanti. » Raccoglieva il tovagliolo. Mentre si chianava in avanti, la linea nera appariva di nuovo nei suoi capelli, lungo le radici. Risaliva fino a una ritrosa.</p>
          <p>« Nel tête-à-tête non si può parlare in pace. Si ha paura di stare zitti, cosa che, d'altra parte è assai strana : Giacché teoricamente, due esseri della stessa specie vivente dovrebbero sopportarsi abbastanza bene uno di fronte all'altro. »</p>
          <p>Sotto i capelli leggeri e biondi si preparava una capigliatura castana o nera, certamente di un nero bruno o rossastro, che la rende più pesante, che la spinge in avanti</p>
          <p>	« Di fatto si getterebbero piuttosto dalla stessa finestra. Oppure si buttano nelle grandi opinioni. » Lei si raddrizzava e insisteva. Tutt'a un tratto somigliava alla ragazza col vestito svasato e rigido che era comparsa prima in mezzo ai volti, aveva la stessa rigidezza scattante.</p>
          <p>	È la stessa ruga leggera che hai tu sopra l'angolo delle labbra, come un breve colpo d'unghia. Estelle l'imprime come te d'un sol tratto prima di sorridere, ne annunica il gesto col volgere del capo, come una scusa insolente, l'arco delle sue labbra, però, è rivolto in basso.</p>
          <p>	È in lei, è proprio la stanchezza della bocca che rassicura, che</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="24">
          <p>attutisce l'insolenza, e queste virgolette di ironia forzata che circondano le labbra e volteggiano davanti al volto – mentre agli angoli delle tue labbra, volteggiano intorno ai due late della paira (le tue labbra <add>che</add> (il che è scritto a mano in alto e corsivo, sopra, tra labbra e si) si sollevano per sorridere ) e lungo la camera 9, sopra il lavandino incrinato, contro la finestra sul cortile stretto.</p>
          <p>	« Ecco le forme seccanti del tête-à-tête le grandi opinioni. Politica, adulterio. Il Principio primo. » Posava il coltello su una macchia di luce, in equilibrio instabile.</p>
          <p>Allora che fate?</p>
          <p>Il coltello oscillava e la macchia di luce si allungava in ovale vicino a lui. Estelle l'osservava con serietà, e con labbra indifferneti, senza più le virgolette della piccola ruga. Ma avrebbe trovato l'occasione di ridere, di riportare la testa indiuetro. Cercava a destra e a sinistra.</p>
          <p>Potremmo cominciare subito ocn le grandi opinioni; ma durerebbero poco</p>
          <p>« La politica : la conosco solo di riflesso e ho pochissimi argomenti. E' ancora troppo presto.</p>
          <p>« Per l'adulterio è troppo tardi. Sono divorziata. O quasi. » urtava contro gli angoli delle pareti e girava a destra e a sinistra leggermente intorno alla camera 9 come per evitarla o ridarle il suo giusto valore, renderla del tutto uguale a qualsiasi altra colmando la differenza con parlate leggere,
           a piccoli colpi di testa</p>
           <p>	« E' anche per questo che prima sono andata a rendere gli onori con tanta solennità ai miei suoceri.</p>
           <p>	« Ed anche per risovlere i delicati problemi giuridici.</p>
           <p>Anche il suo appuntamento <add>di</add> (correzione aggiunta a mano, il alto tra appuntamento e ieri) ieri mattina era una questione giuridica? Agli Enfants de Toucoing.</p>
           <p>Con Michel? Sì, per l'appunto.</p>
           <p>	Il Malese posava una teiera e due tazze con deferenza leggera.</p>
           <p>Ma parlavi della Navarra è stata una felice diversione. D'altra</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="25">
          <p rend="normal">parte ci voglio andare in Navarra. »</p>
          <p>	Appogiava la testa al muro, di lato e indietro, nell'angolo delle pareti : « Ci sono cappelle di ogni specie e portali che bisogna vedere da vicino. E' il mio mestiere.</p>
          <p>C'è un monastero che ho visitato, contro una montagna, dove si possono vedere ossa sacre un po' dappertutto. I bambini le ordinavano in pile.</p>
          <p>Perchè sacre?</p>
          <p>In ogni caso un po' profanate.</p>
          <p>	Guardava avanti appoggiata al muro, protesa per fare segno al Malese dall'andatura danzante. Tratteneva lo sguardo divertito giusto il tempo per chiamarlo.</p>
          <p>E' normale, ci voleva un po' di profano per dare più rilievo al sacro. O metterlo in ombra.</p>
          <p>	« Si sa che non ci sono contorni senza il sacro. Niente capitelli : niente altro che acquedotti e stazioni.</p>
          <p>Ma allora il divorzio?</p>
          <p>Sì, allora?</p>
          <p>Insomma, il sacro va bene per gli altri. Perché essi siano in grado di farci dei capitelli anche quelle meravigliose famiglie numerose delle campagne.</p>
          <p>	Guardava nel vino la luce proveniente da un lume a cono di carta tutto bucherellato che crivellava la tovaglia di macchie luminose, giocava col dito lungo il bicchiere, il suo sguardo si defrormava nel vino e nella curva di vetro concavo. Se abbassava la testa, Simon poteva vedere gli occhi di lei rilucervi dentro. Estelle spostava indietro la sedia : « Un divorzio è nell'ordine del trascurabile. Dell'incidentale. Come ci sono pietre che si romponi e popoli che si fermano senza prendere forma.</p>
          </div>
        <div subtype="page" n="26">
          <p>Talvolta proprio nel momneri della loro maggiore forza. »</p>
          <p>	Beveva, guardava da sopra il bicchiere la camica impacchettata.</p>
          <p>Poi una briciola di tappo, che cercava di evitare con le labbra.</p>
          <p>	A simon sembrava di vederla entrare con decisione nella Borsa del Lavoro, in fonmdo alla strada dopo il liceo femminile, esplorare con cortesia l'odore dei corridoi, aprire leggermente le porte. Superare con piede apolitico la frontiera tra le zone nemiche, nel punto in cui le due ali del fabbricato si congiungono, nella zona delle sale comuni.</p>
          <p>	« Allora secondo ciò che lei dice, nella capitale la Borsa del Lavoro è diventata rotonda. Bisogna che vada a vederla.</p>
          <p>	« Dove va questa estate?</p>
          <p>Nel centro penso, dalla famiglia di mia moglie. E' nella Yonne.</p>
          <p>Ho una cugina che stà anche lei nella Yonne, d'estate.</p>
          <p>	Il Malese prendeva dall'attaccapanni l'impermeabile nero, lei faceva il gesto di alzarsi.</p>
          <p>	« Dunque è sposato?</p>
          <p>In parte.</p>
          <p>	Lei affondava le mani nelle tasche dell'impermeabile :</p>
          <p>Allora a mezzo servizio, o come?</p>
          <p>E' un po' lungo da spiegare.</p>
          <p>Non è divorziato almeno.....</p>
          <p>Affatto</p>
          <p>	Tirava fuori da una tasca delle mandorle fresche, gliene tese un pugno : « le piacciono le mandorle? ne faccio un uso particolare. » Tagliava una fetta ovale del tessuto verde e sugoso della scorsa, tutto intorno all'attaccatura :  questa, una volta spezzara in due e infilata in una fessura trasversale, fungeva da orecchie per una specie di coniglio vellutato e accoccolato, raccolto sul ventre.</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="27">
          <p>E' compromettente? Disse Estelle. Questo simbolo animale</p>
          <p>Non lo so. Non ne ho più fatti dal viaggio di nozze.</p>
          <p>	Lei teneva il coniglio nel cavo della mano. Fuori avevano voltato le spalle alla piazza, senza un preventivo accordo e senza riprendere l'auto; seguivano una strada stretta. Simon precisava : « Di qua si va verso gli Enfants. »  Lei camminava dalla parte del muro e rispondeva con disinvoltura : « Verso quella camera 9 dove Michel ha perduto i suoi gemelli. Sicuramente nelle pieghe delle tende» Aggiungeva : « Non ha parlato d'altro tutto ieri.</p>
          <p>Delle tende?</p>
          <p>Dei gemelli. » Camminavano piano, la strada era carica di cartelloni sconnessi e manifesti  pubblicitari, lungo una striscia di fango che cola sotto le tavole e scende verso la carreggiata per i lati in pendenza. Davanti al terreno in abbandono dove sono scavate delle fondamenta poi abbandonate, le tavole esibiscono manifesti lacerati, sostenitori di Camere di Commervio e di Filatrue, di riunioni sindacali e Scuole Professionali, di esortazioni alla pace scritte per traverso col gesso (originale scritto gesto) o con la matita e cancellate poi a mano, di appelli al fervore nazionale e alla restaurazione del patrimonio comune o all'unione dei cuori. Sovrapposti gli uni algi altri, scarabocchiati e sbocconcellati, svolazzanti nel vento con colori da gonfalone e la discreszione dei segni premonitori, attorno alle fondamenta scavate come un cratere di bomba presso un gran brandello di muro, ammassati attorno a questo orizzonte raccorciato e sfondato, riflettono sulle pozzanghere e i tremolii di una gurerra civile minuscola e muta – sopra il fango e il suo rumore di zuppa masticata, quello del vecchio parkinsoniano tremolante al proprio tavolo sotto le grida che chiamano Yvonne, nel sapore dei coltello di primo mattino, davanti ai tuoi capelli neri e pesanti sul colletto bianco della camicetta, la tua nuca mezzo girata per ringraziare, i tuoi cocchi pronti al sorriso e attenti a quanto accade dalla parte di un punto di fuga impercettibile, i capelli già nascosti sotto il fazzoletto rosso</p>
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        <div subtype="page" n="28">
          <p>Cosa la rende così fedele a questo sordido albergo? Il piacere del risparmio?</p>
          <p>Fari d'auto illuminavano il marciapiede di fango scivoloso.</p>
          <p>E' vero, le virtù piccolo borghesi hanno spesso quest'aria da postribolo.</p>
          <p>Talvolta è un modo di vestire le tradizione di buona cucina. »</p>
          <p>Si era tenuta alla palizzata per non scivolare.  « Ma sembra che il burro sappia di porro</p>
          <p>Preparano la zuppa molto preso. » Simon aspettava che Estele riprendesse a camminare, la pioggia si faceva più pesante con un suono duro sul legno e i manifesti scollati. In fondo, l'albergo aspettava a luci spente</p>
          <p>Ha detto che non  « fanno » ristorante.</p>
          <p>No, ma mangiano la zuppa</p>
          <p>Si appoggiano da un lato alla piccola porta dell'albergo, quella che lascia vedere contemporaneamente sia il corridoio spento che la strada vuota, l'uno attraversoil vetro, l'altra riflessa in esso. La vetrata vicina si apre sul bar e il banco, il corridoio e la sala sono spenti fianco a fianco, separati da una porta invisibile da cui era uscito, ieri mattina, l'uomo dalle scaroe cigolanti, là dove tu eri apparsa frettolosamente per riempire la scheda alla cassa, in piedi su una gamba e sulla punta dell'altro piede, appoggiata all'indietro sul tendine pronto a correre, sulla voglia di voltarti per vedere tutto, sempre rimanendo china in avanti.</p>
          <p>	Estelle osservava il corridoio mente Simon fissava la sala vuota, i loro occhi si incrociavano. Ora lei guardava la strada riflessa nel vetro fino al terreno sventrato di fronte in fondo, fino alle fondamenta aperte e ai manifesti svolazzanti con le loro parole di gesso. Lui guardava le siedie ribaltate sui tavoli, che cingevano come una siepe il corridoio che va dalla porta divisoria al banco, Erano imprigionati fra immagini vuote.</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="29">
          <p>Estelle si avvicinava al vetro, vi faceva scorrere la mano, aggrottava le sopracciglia per vincere lo schermo dei riflessi. Seguiva con gli occhi il corridoio fino alla scala ripida.</p>
          <p>E' tardi, la lascio salire. Nella camera 9</p>
          <p>E i gemelli?</p>
          <p>Lo guardava tirar fuori una chiave dalla tasca e aprire, senza chiedere niente, lui trovava intuile dire che la chiave gli veniva consegnata ogni volta che pensava di rientrare dopo le dieci e mezzo, poiché avrebbe dovuto giustificare questa previdenza dopo aver tanto insistito sulla necessità di far presto, di visita cortese e distante. La chiave interveniva con l'impudenza del pensiero preteso e subcosciente che si sarebbe materializzato da solo in fondo alla tasca.</p>
          <p>Salivano senza parlare nei cigolii dei gradini fino alla piccola porta e la luce della lampada senza schermo che cadeva dal soffitto sulla camera sonora e angusta e i muri fatti a fiori, il lavandino inclinato e le tende dall'odore d'acqua rancida e il grande letto che riempiva la stanza per due terzi. Lei si è diretta subito al lavandino per cercare sulla mensoletta di vetro e nel porta sapone, poi improvvisamente dientro, sul tubo fissato al muro dove i gemelli aspettavano con semplicità ;  si guardavano in viso, lei in piedi appogiata al lavandino e lui davanti alla porta e lei si è seduta gettando i gemelli d'argento pesante sul letto, insieme guardavano la stradina nascere alla finestra dietro un mezzo cortile, all'alngolo disgiunto dei muri, e la luce che passava contro lo scorcio di muro cieco.</p>
          <p>Quando Simon spengeva con la sinistra, i loro occhi rimanevano immobili, andava alla finestra e l'apriva completamente facendo invadere la stanza dal freddo e dal ruomore dell apioggia crepitante contro il davanzale di zinco: si è voltato, lei aveva ripreso i gemelli e li soppesava in una mano chiusa. Alle sue spalle le persiane si chiudevano da sole e lui le respingeva senza voltarsi, veniva verso di lei e la spogliava lentamente, il vestito rosso si apriva e si girava disteso sul letto e lei respirava davanti a lui.</p>
        </div>
        <div subtype="page" n="30">
          <p rend="normal">davanti alla finestra fredda ; senza fretta lui apriva le lenzuola, pensava: questa volta distruggerò (la o senza accento) la camera, prendendola nel freddo, (la e è in correzione a penna, aggiunta, tra la r e la d) con le mani nei suoi capelli chiari e mormorando a bassa voce una domanda ironica, chiedendo se il sacro era venuto rpima ;  e lei non cessava di tacere prima di gemere con gli occhi semiaperti nella luce spezzata degli angoli di pietra nascosta nell'apertura dei muri e la finestra che aveva appena sbattuto, il lento movimento dei battenti divisi e poi riuniti e la corrente d'aria venuta sulla nuca da sopra il freddo delle lenzuola rigide scavate dal compasso delle gambe fino all'angolo vivo e da sopra il volto fino al cavo del cuscino nell'odore di lavanderia e di radura, sotto il rumore di pioggia ritornato :  e la sua voce bisbigliava una risposta inaspettata che lui udiva e non udiva, lei ripeteva un'altra volta, più forte  « è sicuramente la scala – il sacro » , e suggellava semplicemente la facile ironia con una stretta di mano, una domanda così per ridere che correva sulla superficie di donna stretta contro di lui con tutte le dita aperte e fredde, un cigolio d'impiantito veniva senza causa apparente da sotto la porta e la finestra sbatteva violentemente facendo gonfiare una tenda, nell'eco di una persiana chiusa male, fuori</p>
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