MORIRE D'AMORE
nella Cina del XVII secolo
“I Cinesi ora si sono aperti sul mondo
e voi Italiani, da Marco Polo in avanti, siete sempre
stati gli amici fedeli della Cina;
anche adesso – aggiunge – siete fra i primi
a soddisfare il nostro desiderio
di conoscere quel che succede fuori da casa nostra”
Ilario Fiore, “Mal di Cina”1984: 169
Prefazione ed introduzione
La tradizione religiosa del popolo naxi conta circa 1.000 rituali suddivisi in cerimonie maggiori e minori, e la versione manoscritta di queste funzioni costituisce il corpus letterario della tradizione Dongba.
La maggior parte delle cerimonie ormai non sono più eseguite da secoli, dunque se ne è persa la memoria, e sebbene di ognuna di esse esistano dei manoscritti sia in caratteri fonetici (detti Geba) che in pittogrammi (detti Dongba), oggigiorno coloro che sono capaci di leggere e recitare, e quindi di eseguire le cerimonie, sono rarissimi.5
Molti di questi rituali caddero in disuso nel corso dei secoli, in più molte cerimonie non vennero più eseguite dopo la fine dell’indipendenza della regione di Lijiang nel 1723 d. C., ma alcune erano ritenute di così fondamentale importanza per la vita quotidiana dei Naxi che continuarono ad essere praticate fino all’epoca contemporanea,6 così come la cerimonia Harla-lunkho [²har ²la ¹lun ³kho].
Da due dei molti manoscritti ad essa dedicati l'autore ha estrapolato questo racconto popolare , una storia d'amore famosissima e tragica, la cui protagonista è una giovane ragazza di nome Kamegiumiky [²Kha ²me ¹đu ³mi ²ki ].
La vicenda dipinge un affresco incredibilmente suggestivo della vita e della società della regione di Lijiang della seconda metà del XVII secolo. Dopo che la regione perse la propria autonomia locale e subì l'insediamento di governatori cinesi direttamente in-situ, e vennero adottati più o meno forzatamente modelli, costumi e convenzioni sociali Han.
Nonostante questa adozione e la sempre maggiore cinesizzazione dell’etnia , nonché la perdita dell'indipendenza locale, gli abitanti dei villaggi, cioè coloro che rimasero circoscritti nelle regioni periferiche e montane, lontani dai maggiori centri d'interesse, riuscirono a mantenere i propri costumi e le tradizioni locali originarie, ad esempio cremando i propri morti e recitando varie cerimonie in loro onore: la cerimonia Harla-lunkho è tra di esse una delle funzioni più popolari e più frequentemente eseguite anche in epoche recenti.7
L’adozione dei modelli cinesi si concretizzò in una sistematica e progressiva sostituzione delle tradizioni locali, un'operazione di abolizione inesorabile ed irreversibile di alcuni dei costumi , tra cui anche la pratica dell’amore libero in cui la donna - centro della società - avrebbe potuto incontrare dopo la maggiore età (16 anni) i propri partner senza l'obbligo di monogamia. Avere figli illegittimi non era poi considerata assolutamente una disgrazia o motivo di onta e ripudio.
L'influenza dei costumi Han, avvenuta e scelta prima a livello elitario, fu in seguito imposta dall'elite di potere locale a tutta la società . Tra le usanze cinesi venne adottata anche la consuetudine del fidanzamento e del matrimonio monogamo: la repressione sessuale ebbe il sopravvento sulla tradizione locale dell’amore libero, e vi furono reazioni d’intolleranza, soprattutto di fronte all’imposizione del vincolo matrimoniale “univoco”, nel quale i giovani sposi sarebbero stati costretti per tutta la vita alla relazione di coppia senza la possibilità di ulteriori relazioni ed in una situazione, ovviamente, in cui la scelta del coniuge non era libera, ma nella maggior parte dei casi stabilita dalle famiglie.
Il suicidio rituale
La risposta a questa imposizione si concretizzò in un incremento vertiginoso di casi di suicidio rituale eseguito spesso da una o più coppie di amanti.
Nel caso in cui fosse consumata una relazione tra i due, l’esecuzione del suicidio sarebbe stata rimandata sino a quando non vi fosse stato apparente risultato del loro rapporto. Se invece non fosse mai arrivata una gravidanza indesiderata a rendere palese la relazione, il suicidio sarebbe stato consumato nel momento in cui uno dei due amanti si fosse trovato nell'imminenza del vincolo matrimoniale.
L’adozione graduale della pratica matrimoniale cinese pose termine alla tradizione amorosa libertina dei Naxi, concretizzandosi dunque in una repressione sessuale ed in una castità prematrimoniale imposta, caratteristiche che furono i principali fattori alla spinta ed all'incremento dell’altissimo numero di suicidi.8
La tradizione religiosa Naxi-Dongba identifica il suicidio come la causa della trasformazione degli spiriti dei defunti in demoni, capaci di recar grave danno alla famiglia alla quale appartenevano gli stessi suicidi ed all'intera comunità, dunque la cerimonia di propiziazione degli spiriti dei suicidi o di coloro che erano caduti per morte violenta e/o inaspettata era uno dei rituali più richiesti e recitati, e dal XVII secolo la domanda per l'esecuzione di tali cerimonie crebbe vertiginosamente, così come incrementarono i casi di suicidio rituale.
Fra questi rituali di propiziazione la cerimonia Harla-lunkho era lo strumento per eccellenza che per la tradizione locale potesse placare gli spiriti demoniaci e risanava le morti per suicidio.9
Il suicidio non era scelto solamente dalle coppie di amanti, ma era eseguito anche da singole persone: le giovani “single” neo-promesse spose, piuttosto che doversi unire con un uomo non desiderato, sovente uno sconosciuto, sceglievano la morte piuttosto che rassegnarsi alla vita matrimoniale, anche a causa della difficilissima e durissima condizione che le avrebbe aspettate.
Anche i maschi commettevano da soli il gesto estremo, oltre che per i matrimoni combinati anche per sfuggire all’imposizione del reclutamento militare: preferivano uccidersi che essere allontanati per l’una o l’altra ragione dalla propria libertà, dalla propria terra e dai propri affetti.
Sin dall’antichità il suicidio veniva consumato per impiccagione: esso era un vero e proprio rituale programmato, e sebbene vi sia testimonianza e racconto di suicidi in preda ad un raptus disperato, in generale il suicidio rituale consisteva in un’azione premeditata, che non veniva eseguita nel villaggio o nella città natia, ma era organizzato precedentemente con la scelta di un luogo ameno, inaccessibile, nella maggior parte dei casi sull’arco alpino della montagna di 玉龙山 Yu Long Shan - il monte del Drago di Giada.
Secondo quanto riferito dai Naxi stessi, a volte questo rituale univa in patto anche più coppie: gli aspiranti suicidi, dopo la scelta del luogo, erano soliti accumularvi provviste e solo successivamente, nel giorno pattuito, essi si incontravano nel luogo segreto dal quale non avrebbero mai più fatto ritorno. Ivi vivevano pienamente sin quando le risorse lo avessero permesso, e dunque scelto un albero propizio, assieme, si sarebbero tolti la vita impiccandosi.
In epoche recenti, all’impiccagione è stato più volte preferito il suicidio per avvelenamento, ad esempio ingerendo un preparato in cui era bollita la radice di piante di Aconite, oppure assumendo oppiacei in overdose. Altro espediente, così come documentato in un passo dello stesso racconto ivi proposto, consisteva nel lasciarsi annegare in specchi d’acqua e torrenti dell’arco alpino di Lijiang appesantendo i propri abiti con pietre.
Il nome comune naxi per il suicidio rituale per impiccagione è Giu-ù [¹ju ²vu], mentre il nome del luogo scelto per consumarne il rituale è variabile, ma sempre caratterizzato da nomi poetici e romantici.
Gli amanti che sceglievano di commettere Giu-ù erano spinti, oltre che dalla disperazione, anche dalle leggende e dai canti tradizionali , nonché dai brani rituali recitati dai preti Dongba10 durante le stesse cerimonie funebri e di propiziazione: in essi infatti, e nel folklore locale veniva dipinto un seducente quadro della vita dopo la morte suicida, fatta di eterna felicità e gioventù, di spensierate passeggiate vagando con le nubi ed il vento, nel perpetuo abbraccio con l’amore, vivendo inseparabilmente con l’amante nell'eternità, in comunione con gli altri spiriti del vento e del suicidio.
La storia di Kamegiumiky
La storia popolare tradotta e presentata documenta perfettamente quanto finora introdotto. La vicenda vede come protagonista una giovane ragazza di nome Kamegiumiky, povera e costretta al quotidiano lavoro del telaio. La ragazza era stata promessa sposa ad un uomo, mentre dallo svolgimento della vicenda apprendiamo che il suo amore è per un giovane pastore di nome Giboyulefar [²ži ²bö ¹jü ²le ¹phar].
Kamegiumiky è stata ripudiata dai futuri suoceri, probabilmente perchè in stato interessante, scrive Francesca Rosati Freeman, seguendo il punto di vista della Mathieu,11 nella sua opera dedicata ai Moso, interpretando così la scelta del suicidio di Kamegiumiky. Portare in grembo il figlio di un altro uomo potrebbe essere il vero motivo del rifiuto dei genitori del suo futuro marito, ed una gravidanza illegittima richiedeva il sacrificio estremo.12
La ragazza, invece di rassegnarsi alla perdita del suo innamorato ed alla povertà della propria vita decide, tentata dai demoni del suicidio ed esasperata dalle durissime parole dei “futuri” suoceri e di un'amica, di commettere il suicidio rituale per impiccagione; propone lo stesso destino all'amante mandandogli dei messaggi portati da un corvo nero, secondo la tradizione naxi un animale dai poteri magici.
Il giovane pastore non è ansioso di morire, dunque paventa una serie di motivazioni ed impedimenti, non recandosi nel luogo pattuito con la giovane amante per commettere insieme il fatidico gesto.
Kamegiumiky intanto, è giunta sui pascoli alpini ed attende pazientemente l'arrivo dell'amante, titubando sulla scelta della morte: dopo ripetute apparizioni provocate dai demoni del suicidio, sola, decide d'impiccarsi ad una quercia gialla di monte Shi-lo.
Il pastore, inseguendo una giovane vitella fuggita dal branco si reca sui pendii della stessa montagna sacra, dunque s'imbatte in Kamegiumiky il cui corpo è ormai esanime, ma il cui spirito è ancora capace di comunicare.
Dopo aver udito le motivazioni dell'amante, delusa ogni aspettativa di essere seguita nel suicidio rituale, lo spirito della ragazza chiede al proprio innamorato di liberare il suo corpo dalla corda del suicidio e di cremarlo, dunque di seguire gli antichi rituali affinché la propria anima fosse accompagnata dai propri antenati nel regno dei defunti. Kamegiumiky inoltre, per incitare l'amante restio a soddisfare le proprie richieste, promette e svela l'ubicazione di alcuni tesori: corallo, argento, oro e turchese. Kamegiumiky esige però in cambio la promessa di rispettare il momento opportuno per recuperarli.
Giboyulefar esaudisce alcuni dei desideri della ragazza, ma bramoso dei tesori non rispetta il voto fatto. Lo spirito di Kamegiumiky allora esegue una serie di anatemi, avvelenando il grano, stregando il bestiame, liberando nubi e venti malefici, infine avvolgendo al collo del pastore la corda del suicidio, indemoniandolo e spingendolo all'atto estremo.
Una ragazza naxi del XVII secolo
I manoscritti tradotti costituiscono un documento importantissimo per lo studio della società naxi della seconda metà del XVII secolo.
Kamegiumiky è esempio perfetto di giovane fanciulla, e la sua storia consiste in una sorta di “documentario a diapositive” sull'aspra e dura vita di una ragazzina della regione di Lijiang, ritratta nella quotidianità e nella disperazione dei giorni dell'imminenza del matrimonio, ovviamente imposto dalle famiglie.
Secondo la tradizione , tra i compiti delle fanciulle vi era anche quello di andare a raccogliere legna nei boschi montani: qui capitava che le ragazze s’incontrassero con i giovani pastori che vi si recavano con le proprie greggi.
I pastori, abilissimi nel suonare lo strumento tradizionale , chiamato Khu-kuekue [¹khv ²kvue ¹kvue], una sorta di scacciapensieri in bambù, attiravano a sé le giovani fanciulle, e dunque in questi incontri nascevano spontaneamente ed in libertà rapporti ed amori.13
I manoscritti della tradizione pittografica Dongba hanno registrato i nomi delle storie più passionali e famose nella tradizione , tramandate per secoli oralmente: quella di Kamegiumiky e del suo amante il pastore Giboyulefar è forse la più nota, ma altre vicende sono altrettanto famose nei racconti popolari , come la storia dei tre pastori che, mentre vagavano pascendo le proprie greggi, udirono il misterioso canto dei quattro spiriti delle quattro fanciulle, vere e proprie “sirene” del folklore , ed il suono dei loro Khu-kuekue.
Dalle pagine dei manoscritti tradotti emerge un'importantissima dimensione “sonora” che permea tutta la vicenda: oltre al richiamo del Khu-kuekue udiamo i toni del suono del vento tra le rocce, le gole ed i picchi montani, il suono dell’agitarsi delle fronde degli alberi, della neve che cade, degli animali e delle piante, tutti questi interpretati dalla tradizione religiosa come le voci o il canto di creature sovrannaturali, come gli spiriti dei venti e del suicidio.
La forza di questi richiami sonori è evidente anche in altre storie di suicidio, come nella vicenda che narra della fanciulla Barciua-suofemi [¹bar ¹chwa ²swo ²phe ³mi ], che pasceva le proprie greggi ed era solita dormire sotto un abete; un giorno udì il canto ed il lamento dello spirito degli amanti e dunque decise di commettere Giu-ù per raggiungerlo ed unirsi a lui per l’eternità. Questo “canovaccio” ha avuto particolarmente successo nella tradizione locale, tanto che la letteratura manoscritta Dongba annovera ancora altri racconti direttamente ispirati a questa vicenda, come la storia della fanciulla Sedu-setarmi [¹s ¹du ¹s ¹tar ³mi ] e del cacciatore Khuasar-suofezo [²khva ¹sar ²swo ²phe ²zo].
Il dramma di Kamegiumiky è probabilmente una delle storie più poetiche e rappresentative del suicidio per amore Giu-ù e la traduzione proposta proviene dallo studio di due manoscritti intitolati rispettivamente Lubar-luza-sa ku-ciung e Lubar-luza-sa ma-ciung ossia il primo volume (ku-ciung) ed il secondo volume (ma-ciung) della cerimonia per invitare (sa) gli spiriti delle anime dei suicidi (lubar) a discendere (luza).
1丽江纳西族自治县Lijiang naxi zizhi xian
2云南省Yunnan sheng
3 四川省 Sichuan sheng
4Benedikter L., 2009: 9
5 Janekovic, 2007a
6 Rock, 1939
7 Rock, 1939: 1
8 Rock, 1939: 3 “There are very few families indeed who can say that not one of their kin or relatives has committed suicide”
9 Rock, 1939: 2
10 Il termine Dongba è un nome generico con il quale è possibile indicare varie accezioni, come la tradizione religioso-sciamanica dei , oppure i sacerdoti specialisti dell'esecuzione dei cerimoniali di tale tradizione religiosa, o ancora la scrittura pittografica con cui vengono realizzati i manoscritti, anch'essi chiamati Dongba, recitati dai sacerdoti durante l'esecuzione delle cerimonie. Infine, con il nome Dongba è possibile inoltre riferirsi alla corrente artistica pittorica, scultorea ed artigianale ispirata alle iconografie della scrittura pittografica ed alle iconologie della tradizione religiosa. Cfr. McKhann C., Yang F., Zhang Y., 2003
11Mathieu C., 2003: 260.
12Rosati Freeman F., in pubblicazione “Benvenuti nel paese delle donne. I Moso: un viaggio ai confini del Tibet”
13Cfr. postfazione: Khu-kuekue