MORIRE D'AMORE
nella Cina del XVII secolo
Postfazione
La scrittura nella tradizione manoscritta Dongba
Il corpus dei manoscritti della tradizione Dongba documenta l'esistenza di due tipi di scrittura: il sistema pittografico Dongba ed il sistema sillabico Geba: sulla loro origine e sul loro rapporto cronologico vi sono diverse opinioni.
Per quanto riguarda la scrittura pittografica, alcuni studiosi come He Limin e Joseph Rock ipotizzarono la sua origine millenaria,1 mentre un altro gruppo tra cui Jackson e Pan Anshi sostennero che il suo sviluppo dovesse risalire a pochi secoli or sono.2
Entrambe le teorie potrebbero coesistere se si attuasse una distinzione tra “scrittura pittografica” e “scrittura pittografica nella tradizione manoscritta Dongba”:3 l'origine e lo sviluppo della prima deve essere anteriore alla nascita della tradizione manoscritta Dongba ed al suo sviluppo, nonché all'enorme fenomeno di diffusione dei manoscritti nella regione di Lijiang, dunque quando He Limin, analizzando e studiando i pittogrammi, ne lega le origini all'arte rupestre della regione di Jinshajiang4 ed ipotizza l'origine millenaria della pittografia, è possibile interpretare e calibrare questa affermazione verso il concetto più ampio di una corrente artistico-religiosa che si esprime attraverso la pittografia, un flusso culturale diffuso in tutto lo Yunnan,5 che in Lijiang si espresse e si cristallizzò anche come scrittura pittografica,6 e non come un'ipotesi per una datazione ante-quem dell'origine della tradizione manoscritta.7
Quando Jackson e Pan Anshi sostengono un'origine molto più recente, queste ipotesi potrebbero essere contestualizzate non allo studio della scrittura pittografica “in generale”, ma al suo cristallizzarsi ed al suo utilizzo come tecnica di scrittura standardizzata ed ufficiale all'interno della tradizione manoscritta Dongba, un fenomeno storico e culturale ben preciso, legato alla Lijiang tardo-feudale sotto la gestione dei Tusi Mu,8 la cui datazione ante-quem è dal nostro punto di vista un'operazione ancora incompiuta, e dovrebbe essere proposta deducendo il periodo storico dall'analisi dei manufatti (i manoscritti, le tavolette lignee votive, i tanka) e dallo studio dei riferimenti cronologici disponibili.
Una parte di studiosi ritenne poi con certezza che la scrittura pittografica debba essere necessariamente precedente alla scrittura sillabica Geba, e che quest'ultima ne rappresenti uno stadio evolutivo successivo, non compiuto;9 altri hanno espresso ipotesi contraria ed interpretano i caratteri Geba come più antichi dei pittogrammi Dongba, ed il sistema di scrittura fono-sillabico come indipendente, parallelo e comunque non solamente e direttamente legato all'evoluzione del sistema pittografico.10
È nostro punto di vista che i due sistemi di scrittura siano indipendenti, originati in due momenti storici ed in due contesti diversi, evolutisi e vissuti in parte indipendentemente l'uno dall'altro, dunque entrati a contatto e coesistiti parallelamente e con alcune influenze, ma non legati da un rapporto evolutivo in cui un sistema di scrittura abbia dato origine all'altro.
La tradizione storica Naxi attribuisce l'invenzione della scrittura sia all'antenato Mubao-Ahcong,11 sia al mitico Yeye.12
Le cronache tuttavia non specificano in nessuno dei casi di quale dei sistemi di scrittura si tratti, cioè se si parli del sistema pittografico o del Geba. La tradizione Naxi comunque ritiene che il Geba, il cui nome significa “discepolo”, sia stato insegnato dal fondatore della stessa religione Dongba chiamato Shilo13 ai suoi adepti, mentre il sistema pittografico il cui nome Naxi significa letteralmente “memoria del legno memoria della pietra”, venne insegnato agli antichi antenati da uno sciamano, reincarnazione di Dongba Shilo, che risedeva nella grotta sacra di Baidi.14
In questo caso, ipotizzando che le leggende e la tradizione locale abbiano mantenuto un minimo di attinenza con la realtà storica, se il Geba fosse stato donato agli adepti direttamente da Shilo e la scrittura pittografica da una sua reincarnazione, sembrerebbe plausibile sostenere che il Geba sia anteriore alla scrittura pittografica, e che essi abbiano avuto origine indipendentemente l'uno dall'altro.
La regione di Baidi è importantissima per la tradizione locale: secondo le leggende infatti, un adepto Dongba sarebbe da considerarsi ufficialmente consacrato solo dopo un periodo di piena iniziazione presso i grandi preti di Baidi, e questo ne fa uno dei siti di cultura Dongba più significativo, anche se Baidi non è l'unico luogo dove si dice che per un periodo avesse vissuto Shilo, siti sacri alla tradizione religiosa locale tra i quali è degna di nota la caverna Wenbi, presso la città di Lijiang.
È stato ipotizzato che la scrittura pittografica venne sviluppata proprio a Baidi,15 e da qui venne esportata solo successivamente a Baisha, forse quando divenne capitale della leadership Mu della regione di Lijiang, divenendo in breve tempo, grazie alla sua forza politica, il maggior centro per la produzione di manoscritti e sede dei Dongba più autorevoli,16 fenomeno che potrebbe essere paragonato al caso della nascita del buddismo nell'India settentrionale ed alla sua diffusione in Cina, Tibet e Giappone.17
L'origine od un graduale sviluppo della pittografia avrebbe potuto originarsi proprio presso Baidi,18 dunque sotto particolari circostanze storiche e sociali la pittografia (ormai cristallizzata e standardizzata) potrebbe essere stata adottata come sistema di scrittura religiosa ufficiale all'interno della tradizione manoscritta Dongba, ormai radicatasi ed organizzatasi a Baisha, centro politico e forza centripeta della regione di Lijiang, sede della leadership di potere dei Tusi19 Mu, dunque anche grande centro religioso e cultuale, motore di diffusione della tradizione religiosa “di stato”: la tradizione Dongba.
Se questo è per lo meno plausibile, potrebbe anche essere lecito ipotizzare un legame diretto tra lo stabilirsi della dinastia Mu come leadership di potere e l'affermazione di Baisha come centro di cultura e religione Dongba, così come sembra verosimile collegare la leadership Mu e la loro espansione territoriale alla diffusione dei manoscritti della tradizione pittografica, avvenuta solo in determinate aree direttamente collegabili ai luoghi interessati dai processi di conquista attuati dai Tusi Mu nella regione.20
I manoscritti Dongba
Nella forma scritta, la cultura Naxi si è espressa anche attraverso una serie di manufatti e documenti di diversa tipologia: manoscritti, tavolette lignee, steli, tanka,21 graffiti in cave e grotte, affreschi, scultura ed artigianato; tra questa mole di documenti i manoscritti della tradizione religiosa Dongba sono molto numerosi e costituiscono le fonti più significative per lo studio del sistema di scrittura pittografico e delle tradizioni religiose e popolari Naxi.
Le pagine dei manoscritti, realizzate in papiro locale, erano scritte con uno stilo di Bambù, venivano rilegate assieme lungo il margine sinistro come un libro.
Il corpus manoscritto Dongba è stimato nell'ordine delle decine di migliaia di volumi,22 dallo studio dei quali sono stati riconosciuti circa 1203 pittogrammi,23 i cui testi sono interamente dedicati alla tradizione religiosa ed alla pratica liturgica di cerimonie e rituali.
I manoscritti erano generalmente costituiti da una copertina recante il titolo, che sovente coincide con quello di un rituale da compiere all'interno di una cerimonia maggiore; in alcuni casi sono stati registrati il nome del Dongba autore e la data.
Ogni folio di manoscritto veniva suddiviso in righe orizzontali, solitamente 3, e ciascuna poteva essere a sua volta suddivisa in colonne verticali che il Rock definì “rubriche”.
Non vi erano regole rigide e fisse per definire il numero di rubriche per ciascuna riga, nonché il numero di pittogrammi per ciascuna rubrica, e vi sono casi in cui una rubrica è composta da un solo carattere, così come altri in cui una rubrica occupa quasi interamente una riga con numerosi pittogrammi.
L'ordine di lettura dei caratteri è grossomodo funzionale alla regola “da sinistra a destra e dall'alto verso il basso”, ma vi sono moltissime varianti ed eccezioni a seconda del contesto e dell'autore, inoltre è necessario sottolineare che generalmente in un manoscritto Dongba ciò che deve essere letto non corrisponde necessariamente a quanto ed a cosa è scritto, questo prima di tutto per via dei frequentissimi casi di omissione di intere parti del discorso, che sono abbreviate, alluse o indotte alla reminiscenza da veri e propri pittogrammi-chiave, fonetiche e/o semantiche.24
A complicare notevolmente l'opera di lettura e comprensione dei manoscritti Dongba vi sono poi frequentissimi casi di omofonia e sostituzione dei pittogrammi stessi: essendo i pittogrammi utilizzati non solo come un sistema di logogrammi (significanti che esprimono un significato), ma come fonemi, dunque la composizione delle sillabe per esprimere un significato poteva ora avvenire con un pittogramma e successivamente con altri dal valore fonetico identico (omofonia) o simile.
Un manoscritto della tradizione pittografica Dongba dunque presenta sia parti del discorso omesse o abbreviate da un ristretto nucleo di pittogrammi, sia parti del discorso espresse con più pittogrammi utilizzati come fonemi.25
Osservando i manoscritti all'interno del contesto religioso a cui appartengono, essi appaiono come uno strumento per registrare una sorta di traccia sonora e visiva di un brano appartenente alla tradizione orale, traccia attraverso cui il sacerdote è capace di operare in reminiscenza, ricordando le parti di discorso omesse ed alluse, accedendo al brano per intero, recitandone le formule corrette ed eseguendo i rituali richiesti nei cerimoniali.26
In simile contesto è poi possibile osservare la tecnica di scrittura pittografica così complessa alla luce ed in funzione dell'elevatissima settorialità di questi documenti così peculiari, scritti per un pubblico ristrettissimo allo stesso autore o comunque alla cerchia degli specialisti addetti ai cerimoniali religiosi: nei manoscritti Dongba autori e destinatari coincidono.27
A partire dal XIV secolo, tuttavia, si assiste ad un incremento vertiginoso della produzione di manoscritti ed alla loro diffusione su tutto il territorio direttamente legato alle aree controllate dalla leadership politica dei Tusi della famiglia Mu di Baisha.
Tra questi manoscritti, sopravvissuti alle distruzioni del tempo ed ai roghi fascistoidi della rivoluzione culturale, vi sono copie degli stessi testi che documentano varianti locali e stilistiche dovute agli autori ed ai centri religiosi, non solo nella calligrafia, ma anche nei contenuti.28
È stato ipotizzato che una parte di queste copie fossero destinate per la vendita al pubblico, così come avvenuto per i Mandala buddisti, commerciati come amuleti, documenti comunque del tutto inaccessibili ed incomprensibili per un lettore privo della conoscenza della tradizione religiosa.29
Così come la tradizione religiosa Dongba, dallo studio dei testi e dei rituali, mostra evidentissimi elementi di cultura Bön tibetana prebuddhista,30 così i manoscritti stessi appaiono strettamente collegabili ai libri tibetani:31 entrambi consistono in una serie di pagine dotate di copertina anteriore e posteriore rilegate sul lato sinistro, con testi dedicati alla tradizione religiosa, funebre, oracolare e di propiziazione degli spiriti. Più precisamente il corpus manoscritto Dongba ad oggi conosciuto è suddivisibile in 3 tipologie di documenti:32
•.libri cerimoniali: contengono testo liturgico da recitare durante il relativo rituale
•.libri indice: contengono una lista dei titoli dei manoscritti necessari all'esecuzione delle cerimonie, le modalità rituali, gli oggetti necessari alla pratica della relativa cerimonia
•.libri di divinazione: analizzano ed interpretano le specifiche situazioni della quotidianità e della vita indicando quali cerimonie eseguire per il ripristino dell'equilibrio del cosmo
Per quanto riguarda la scrittura i manoscritti Dongba attestano l'utilizzo di 3 diverse scritture:
a)la scrittura sillabica Geba
b)la scrittura Tibetana
c)la scrittura pittografica, detta Dongba
Per quanto riguarda la scrittura Geba è poi interessante osservare il suo utilizzo in due diverse modalità:
G.1)manoscritti, o porzioni di manoscritti, interamente scritti in Geba
G.2)manoscritti che utilizzano i caratteri Geba come complementi fonetici
I manoscritti G.1) interamente scritti in Geba sono molto rari: risultano ampiamente incomprensibili ai Dongba che però sono capaci di leggerne le sillabe.
I manoscritti G.2) che utilizzano i caratteri Geba come complementi fonetici sono molto comuni (spesso appartengono al gruppo c): in essi alcuni caratteri Geba sono inscritti o affiancati a pittogrammi per la specificazione delle sillabe come una sorta di complemento fonetico del pittogramma. Stessa tecnica di scrittura dei manoscritti G.2) è riscontrabile nei ai manoscritti b) contenenti caratteri tibetani, utilizzati anche in questo caso come complementi fonetici.
I manoscritti c) realizzati con scrittura pittografica sono a migliaia, indubbiamente i più diffusi, e costituiscono il corpus della letteratura religiosa di tradizione Dongba, una tradizione che si concentra soprattutto sui temi seguenti:
•.il culto delle divinità serpente, o Nāga
•.la propiziazione della fertilità
•.i riti funebri
•.la cacciata di spiriti e demoni
Rock ipotizza che le prime due tematiche possano essere il nucleo più antico della tradizione, le cui modalità ed iconologie hanno diretti collegamenti con le tradizioni religiose dei popoli vicini, come la tradizione Daba dei Mosuo, la tradizione Bimo degli Yi, e tutte le pratiche ancestrali esorcistiche, di divinazione, di astrologia, di medicina, matrimoniali, ecc.., diffuse nella regione nord-occidentale dello Yunnan.33
Il gruppo di circa duecento manoscritti di tipo G.1) solamente in Geba, si distingue nel corpus manoscritto Dongba non solo per la tecnica di scrittura, ma anche per i contenuti, che potrebbero essere direttamente relazionati con alcuni elementi liturgici della tradizione Bön.34
I testi, leggibili ma incomprensibili ai Dongba, probabilmente consistono nella trascrizione Naxi dei Dharani originariamente scritti in sanscrito, dunque ri-trascritti in tibetano e finalmente in Geba, il cui scopo originario consisteva nella produzione di particolari suoni per entrare in risonanza con determinate entità sovrannaturali,35 e questa ipotesi potrebbe spiegare il perché dell'esistenza di questi documenti manoscritti leggibili, ma non-ricostruibili ed incomprensibili agli stessi Dongba.36
Riferendosi alle chiare origini Bön della tradizione Dongba, appare evidente che i manoscritti non contemplano tutto il panorama esoterico della tradizione originaria pre-buddhista, e che delle nove vie della dottrina Bön, nella tradizione Dongba se ne pratichino due: la via dello Shen della predizione e la via dello Shen del mondo visuale.37
È impossibile conoscere il numero complessivo dei manoscritti Dongba, e le odierne collezioni dei vari enti rappresentano solo una piccola frazione dei documenti che si dovevano trovare anche nella sola Lijiang prima della rivoluzione culturale: secondo lo studioso He Pingzheng è ipotizzabile che in un singolo villaggio Naxi avessero potuto trovarsi anche 10.000 libri.
Proprio per affrontare questo argomento, nell'ottica di lavorare per evitare un destino di dispersione dei manoscritti Naxi, durante l'ultimo convegno mondiale di Antropologia ed Etnologia tenutosi a Kunming,38 l'autore ha presentato in uno dei suoi interventi al pannello di studio “New Horizons in Naxi Study” il progetto DO.M.EN.I., acronimo per Dongba Manuscripts Encoding Initiative, dedicato:
•.al censimento dei manoscritti Dongba
•.per la creazione di un catalogo generale unico dei manoscritti
•.per la pubblicazione cartacea ed online del catalogo generale
•.per la codifica dei manoscritti e la loro pubblicazione digitale secondo gli standard TEI
Il progetto DO.M.EN.I. proposto a Kunming focalizza la parte iniziale del lavoro sulle collezioni di manoscritti Naxi custodite negli enti occidentali.39
La cerimonia Harla-lunkho
La tradizione Dongba era basata sull'esecuzione di un numeroso complesso di rituali, dedicati principalmente al mantenimento dell'equilibrio e del rapporto tra il mondo umano ed il mondo degli spiriti e demoni, ritenuti la causa di patologie e problemi di tutti gli esseri viventi.
Tra tutte le cerimonie appartenenti alla religione Dongba un gran numero di esse era strettamente dedicato ai riti funebri, in particolar modo alla propiziazione degli spiriti dei defunti deceduti per cause innaturali, per morte violenta o per suicidio.
La traduzione letteraria di Harla-lunkho [²har ²la ¹lun ³kho] potrebbe essere resa con: eseguire (la cerimonia per il) vagare del vento, ed il nome si riferisce alla credenza secondo cui le anime dei deceduti per morte non naturale vaghino con il vento e le nubi recando sciagure e malattie ed attirando al suicidio ed alla morte altre vittime.
Alle anime dei suicidi è riservato questo destino perché secondo la tradizione Dongba, è imperativo che al momento della morte vi fosse stata almeno una persona presente che assistesse al trapasso e che eseguisse i rituali necessari al suo corretto compimento: se questo non fosse avvenuto allora lo spirito del defunto sarebbe divenuto un demone, si sarebbe unito allo spirito del vento e con esso avrebbe vagato causando tempeste, malattie, epidemie, ecc….
Queste anime sarebbero state relegate alla dannazione per l’eternità, e mai avrebbero potuto raggiungere il regno dei defunti per unirsi ai propri antenati, ma sarebbero state destinate a rimanere per sempre senza riposo.
Questo destino terribile, tanto per i defunti quanto per i viventi, sarebbe stato evitabile solo attenendosi strettamente alla tradizione religiosa Dongba che impone, nel momento della morte, che il moribondo sia assistito per coglierne l’ultimo respiro, e dunque se il defunto fosse stato un maschio, sotto la sua lingua avrebbero dovuto essere messi nove chicchi di riso ed una piccola pepita d’argento, mentre nel caso di una donna allora i chicchi di riso avrebbero dovuto essere sette, ed ugualmente sotto la sua lingua doveva essere posto dell'argento.
I chicchi di riso rappresentano il cibo necessario al viaggio per raggiungere il regno dei defunti ed unirsi ai propri antenati, mentre l’argento sarebbe occorso per pagare i demoni che avrebbero sbarrato la strada per il compimento dell'itinerario. 40
Secondo la tradizione Naxi, se una persona fosse perita di morte violenta o si fosse suicidata, siccome nessuno avrebbe potuto assistere cerimoniando al trapasso, allora il suo ultimo respiro non avrebbe potuto essere colto, e sotto la sua lingua non sarebbe stato possibile posizionare il corredo necessario. L'anima della vittima sarebbe dunque stata rapita dalle sette regine demonesse al controllo degli spiriti dei venti, e con esse avrebbero vagato nell’eternità.
Secondo la tradizione Dongba la cerimonia Harla-lunkho è lo strumento capace di riscattare l’anima dei defunti attraverso un rito di “sostituzione”, chiamato a-na-sa-lekhee [¹a ¹na ³sa ²le ³kʰɯ ] letteralmente Pollo nero, respiro ancora sostituzione interpretabile con il concetto di sostituire l’ultimo respiro con il respiro di un animale, in questo caso un pollo.
In questo rituale il sacrificio dell'animale avrebbe sostituito il defunto saziando gli spiriti maligni: l’ultimo respiro dell’animale, strangolato al termine della cerimonia dopo che i necessari chicchi di riso e l’argento fossero posti nel suo becco, avrebbe sostituito l’ultimo respiro dell’umano defunto, e dunque le demonesse dei venti sarebbero state propiziate a dovere.
Pregate affinché l’anima dell’animale potesse rimpiazzare l’anima dell’uomo o della donna, esse avrebbero così liberato l'anima umana in riscatto di quella animale.
La cerimonia Harla-lunkho è dunque da considerarsi il rito dedicato agli spiriti dei defunti per morte violenta o innaturale per eccellenza, il cui trapasso era avvenuto nell'inadempienza delle necessarie pratiche religiose.
Dal punto di vista logistico la cerimonia è un'attività indetta e commissionata ai Dongba dai parenti dei defunti e dalla comunità intera che, in questo caso specifico, temeva lo scatenarsi delle maledizioni e dei malefici degli spiriti dei venti,41 e dunque per i casi di suicidio, la cerimonia Harla-lunkho era incaricata dalla famiglia del suicida.
Essendo il rituale dedicato alla casistica di morte “più grave” data la premeditazione e l'abbraccio volente con gli spiriti dei venti e dei suicidi, la cerimonia Harla-lunkho risultava molto complessa, prolissa e molto dispendiosa. Per la sua esecuzione devono essere recitati interamente circa centoventi manoscritti, devono essere preparati novanta feticci lignei; è poi necessario il sacrificio di due maiali, due pecore, due capre, sei polli e devono essere consumati circa 150 Kg di grano.
La cerimonia in tutto si estende per cinque giorni e può essere suddivisa in tre fasi principali da svolgere in altrettanti luoghi distinti.
Una gran parte dei rituali è consumata nella casa del suicida e consiste nelle funzioni necessarie all'invito ed al benvenuto degli dei, al ritorno dello spirito del defunto, all'invito dei vari demoni, dunque un complesso rituale dedicato alla pacificazione dello spirito del defunto grazie ad una serie di offerte. Durante questi rituali i demoni e le entità sovrannaturali sono tutte associate a diversi oggetti e feticci di legno.
Il giorno seguente tutto questo materiale cerimoniale viene trasferito in un opportuno sito montano: ivi viene eseguito un ulteriore complesso rituale dedicato al rilascio dell'anima del suicida ed alla sua liberazione verso la montagna sacra Za-ni-giu-kho [Ts'a nyi gyu k'o] - il regno delle anime dei morti suicidi.42
Il quinto ed ultimo giorno della cerimonia, eseguito sempre in montagna, ma in altro sito, scelto anche in base ad una relativa vicinanza con l'abitazione del defunto celebrato, viene eseguita la cerimonia per la prevenzione delle calamità e dei disastri, ed infine presso l'abitazione del defunto il Dongba è ringraziato ed ampiamente ricompensato, atto che coincide con la conclusione di tutto il complesso dei rituali.
I protagonisti dei rituali sono: un Dongba officiante, eventualmente un Dongba suo assistente, ed un aiutante generalmente scelto fra i membri della famiglia del defunto.
I demoni dei venti
Secondo la tradizione Naxi gli spiriti dei venti si originarono in un passato molto lontano dal suicidio di giovani donne, e dunque da allora le loro anime dannate vagano alla ricerca di altre ragazze per sedurle ed indurle a commettere lo stesso gesto.
La tradizione ritiene che gli spiriti dei venti non siano solamente entità femminili, ma che vi siano anche demoni dei venti di sesso maschile che si accoppiano con le divinità dell'altro sesso, così come nel caso dei due spiriti che si ritiene abitino sulla montagna di Yu Long Shan conosciuti come Giugì-ezè [¹ju ²ži ¹e ²tsɿ] e Kothù-sekuo [³ko ³thu ²se ¹kwo], demoni capaci di controllare gli spiriti dei suicidi, che comandano ed eseguono il suicidio per impiccagione Giu-ù.
Questi spiriti possono essere paragonati ad una sorta di sirene la cui melodia eseguita con il Kuekue induce alla melanconia ed all'estrema tristezza, tentando così le persone in ascolto a commettere il suicidio, specialmente i giovani amanti oppressi dai vincoli matrimoniali e sessuali Han, contrapposti alla locale tradizione di libertà di coppia e d'indipendenza della donna.
Nel manoscritto Po-liukhu ma-ciung [¹pö ²lü ²khu ³ma ³čung], cioè il secondo (ma) volume (ciung) dedicato alla cerimonia Po-liukhu, cantato durante la cerimonia maggiore Harla-lunkho, sono elencati i nomi dei sette spiriti dei venti e gli animali che essi cavalcano secondo l’iconologia religiosa Dongba.