Ho detto no


Ho detto no
a quel no del non essere.
Come se quel no!
Detto al non essere
di tutte le cellule fosse seme,
fermento.

E chi sei tu, mente mia?
Che osteggi e crei quel no.
Tu,
con colui che nutre,
che matura i suoi pensieri
tra Yangtse, mar Tirreno ed Arno?

È lui,
e non è.
Non si nasconde ad esempio.
Si rifrange in impressioni-
-sti frantumi.
Nella vita che cerca la vita
lui si inerpica nel tuo silenzio,
ne divide il suono,
sminuzza la sostanza in scarabocchi:
Campagna,
acque,
bosco,
scendere come pioggia.
Vuole eludere ogni tuo serramento
dell’intelletto ruvido
o della mera conoscenza.

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Makeba


Makeba
Makeba

Zensile Makeba Qgwashu Nguvama Yiketheli Nxgowa Bantana Balomzi Xa Ufnu Ubajabulisa Ubaphekeli Mbiza Yotshwala Sithi Xa Saku Qgiba Ukutja Sithathe Izitsha Sizi Khabe Singama Lawu Singama Qgwashu Singama Nqamla Nqgithi

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Corre corre


Corre corre.
Il mio sonno del treno,
il fasciarmi del paesaggio ben noto,
il pensiero ad altro,
il lasciare che scorra l’arazzo
del mio fratello conosciuto paesaggio,
sosia,
distesa mansueta.

Corre corre.
La mente divora la metafora.
Il significato.
Fulminea appartenenza a prima vista.

Corre corre.
Distanze e moto pasciono
e contemporaneementi rendono
invisibiliefermi
i(sotti
li)bruli
chiidivita.
Vita.
Nel bosco, nel fiume, nel cielo:
foglie, squame, frac di rondini.
Nelle cortecce:
gli occhi nocciola della bimba.

Corre corre.
Ripetersi di treno verso casa.
Casa.
Mi propizia il procedere del verso
alla quotidiana carezza
del mio Zenith:
casa,
ricongiungimento.

Corre corre.
Bevo il tramonto.
Gusto l’arancione, il rosa.
Sorseggio tutti quei viola,
in attesa di tremare con le stelle,
e mi mezzo del giorno che sciorina
l’acquasole del lenzuolo
di~stillato crepuscolo.

Corre corre.
Distinguo città vere
da ingannevoli assaggi di civiltà,
di umana profondità,
di senza suono e senza tatto.
O che almeno io sappia percepire.
Per altro io
sono
fatto vivo
per il gioco pericolosissimo della vita.

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Calignaia dopo la pioggia



Saette,
saette brune fulminano
sopra il gregge accucciato dei sassi.
Traiettorie d’aria sotto l’arco cuciono
col ponte che si arrampica dai massi.
Rondini ad ali tese mulinellano,
squarci d’aria, stridii, attimi, sentieri,
i rimasugli sfilacciati rimescolano
delle nubi vaporose dei pensieri.

Stille,
stille di pioggia e luce percolano,
sfavillano apparsi insetti a frotte a frotte,
nel fradiciume del profumo della pioggia,
nell’ombra gettata dalla volta a botte
del ponte che sul Romito aleggia
sui mezzi cespugli brillanti gocciolano
rondini a fiondate birbanti sfrecciano.

Virgole,
Virgole nel romanzo del mare
a pelo d’acqua interpungono la vita,
ed è alla vita lo stridio ed il garrire
tra nere ali e di suicidio nere dita.
Sassate in aria di rondini come ghiaia
bianchi ventri sotto la galoppata in cielo
della grondaia del ponte a Calignaia
volar di rondini e grazie a loro volo.

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山水美丽



山水美丽

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L’alba striscia a fiotti sulla proda



L’alba striscia a fiotti sulla proda
inonda i brani delle mura delle case,
scivola si posa rosa sulla pioda,
prosegue
quel che di tramonto rimase
tra ramo e ramo il crepitio del sole
degli alberi che sciorinano la foglia.
La gazza fugge
il gabbiano che si scaglia
e sveglia l’abbraccio nelle aiuole d’erba.
Il mattino m’infradicia gli occhi di nuovo
con le nidiate cinguettanti dei colori.
L’erba mi accompagna mentre muovo
lento,
quasi fermo,
per esplodere fuori
forze rilassate e sciolte, quasi schegge.
Cerco di forgiarmi alla legge
della pratica che amo, quotidiana.
Regina del cambiamento è la mattina
quando ancora molto dorme
ed il silenzio enorme
copre il suono del frastuono quotidiano, lascia posto
ad un parco coi suoi attimi di bosco.
Alla fonte d’acqua fresca brevi squilli
dentro al verde sono i fiori viola e gialli.
Schietto
il sole miete ed affastella
raggi d’oro che profumano di paglia
e scaldano lo sguardo che accavalla
il blu della mia ombra sulla boscaglia.
Luna corre in festa,
Lascia la palla
ai miei piedi tra una forma e l’altra.
Lancio in aria, lei corre e l’addentella
al volo e ritorna al gioco scaltra.
Riprendo a praticare, entro in me stesso.
Vista tatto e udito cambiano sede
e consistenza, l’aria è turgore e flusso,
sprofondo nel respiro mentre siede
ogni movimento giunto al suo fondo.
Scorre intorno agli occhi tutto il mondo.

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Sonnecchia Ferrara


Sonnecchia Ferrara,
la sera è scesa
dal chiostro la notte si è quasi distesa
su nero velluto striato d’argento
mezza di falce di luna in discesa
grondante di stelle brillanti col vento
colano in basso gocce di diamanti
cascata d’argento i loro raggi
ricordi di luce i loro messaggi
di materia simile a memorie e pensieri.

Dorme Ferrara,
Vento fresco la culla,
nella stanza in cui dormo a casa di amici
ninnananna di grilli
friniti felici
Ondate di suono come di risacca
azzurro cantare turchino di mare
Sofia a Mascagni poteva respirare
per l’ultima volta?
Labrone profumo.
Appoggiata al muretto
guardava in basso dal quel parapetto
coi capelli in giù come liscia cascata
Sistri neri e lucenti.
Stregava Nettuno e tutti i venti
si riunivano per darle una carezza.
Il mare di Livorno,
promesso suo sposo,
baciava col sole tutto il suo viso.
Lo scoglio amaranto
con conchiglie e con granchi
guardavano in su i suoi occhi brillanti.

Fu l’ultimo giorno che mi venne donato
Fu l’ultimo giorno da esser vissuto.
La vita è un prestito che scade col lutto.
Ed ogni possesso,
illusione che avvinghia,
ho certezza che dovrò renderne tutto,
nemmeno un unghia
mi sarà lasciata.
A questa equazione precisa e perfetta
Risponderò con ogni mia parte.
Con ogni mio organo ed ogni mia fetta.
Non trovo alcun senso
conservare in disparte
Nessuna risorsa del mio essere umano:
la mia vita è acqua e mi cola di mano.
Piuttosto che stringere avide dita
nascondermi e mentire in questa partita
con tutto me stesso mi giocherò tutto
finquando il mio prestito
salderò col mio lutto.

Dorme Ferrara
Rotola il vento
da un treno lontano
fischio e sferragli che svaniscono piano.
Ritorna il frinire del viola di notte.
Ritorno sdraiato sul letto di amici.
La vita è un dono in cui esser felici.

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La nostra unica propria esistenza



In un mondo dominato dalle merci
La vita è l’entità più mercificata.
L’esistenza asservita e ricattata.
La fortuna eccezionale
di un lavoro “normale”
È la svendita delle ore
della nostra!
Propria!
Unica!
Esistenza!
A disposizione dell’esigenza
Del profitto di altri.

Guardatevi!
Guardateli!
I ruoli ideati!
Per i sottoposti ed i subordinati
Per esser solo loro piacevoli sono pensati.
Riflesso delle necessità
del profitto e dell’avidità
Per la concentrazione del capitale
Divorando ogni essere vivente,
ogni morale.

Nessun individuo
libero
davvero
Baratterebbe spontaneamente il mistero
Del proprio finito tempo esistenziale
Per creare ed ammucchiare
altrui capitale.
E questo quando si è fortunati!
Anche se “liberi imprenditori”
Ai “governanti” comunque subordinati.
Sottoposti assiderati.
Mensilmente cristallizzati
Dalla sorte di un “buon lavoro” baciati.

Esiste solo il tempo per lavorare.
Alimentarsi e riposare.
La vita è ridotta ad un ruolo
Non si è essersi umani, ma solo
Operai, imprenditori, dipendenti,
ingranaggi contribuenti
Di una macchina che è di noi stessi
Che io dico che si alimenti.
Della nostra unica!
propria!
esistenza!

Guardatevi.
Guardateli.
Gli schifosi ministrucoli e governanti.
A parte qualche scheletrica guida
I fautori del destino della nostra vita
Sono tutti ben pasciuti,
pingui,
illibati.
Sono tutti degni di chi li ha votati.
I propri elettori.
Siamo dei nostri stessi figli i seviziatori.
La nostra vigliaccheria ci rende
I loro taciti stupratori.

La vita.
Ha perso ogni significato
Col doppio ruolo inculcato
di lavoratore-consumatore
Che il capitale
– per il nostro bene
Ha pensato.
Com’è possibile?
Quale demenza ha colpito
Le masse da stadio a tappeto?
Che ruggiscono ad un rigore rubato?
O dibattono sul calciomercato?
Mentre ci ipotecano la vita?
E quella dei nostri figli?
E quella dei loro figli?
La nostra unica!
Propria!
Esistenza!

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Nulla è in regalo, tutto è in prestito.


Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.
È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.
È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.
Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.
Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.
L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.
Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.
La protesta contro di esso
la chiamiamo anima.
E questa è l’unica voce
che manca nell’inventario.

Wisława Szymborska



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Possibilità


Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente, a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare che l’intelletto ha la colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlar d’altro coi medici.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi, da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti che non promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccar ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco considerare persino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.

 

Wislawa Szymborska

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